Carbon footprint e sostenibilità di prodotto

28/11/2013

Negli ultimi anni si è sempre più diffuso il ricorso da parte delle aziende allo strumento di valutazione della carbon footprint, impronta di carbonio, per valorizzare in chiave di marketing il merito ambientale dei propri prodotti o per comunicare all'esterno la performance ambientale dei propri processi produttivi.

Anche se è fuori di ogni dubbio l'importanza di contrastare i cambiamenti climatici attraverso una riduzione delle emissioni di gas serra, è altrettanto vero che le emissioni in atmosfera delle imprese o dei prodotti stessi possono avere effetti ambientali e sanitari di diverso genere, dalle deposizioni acide agli effetti sanitari del particolato. 

Ad esempio, il rapporto dell'Agenzia europea per l'Ambiente "Revealing the costs of air pollution of industrial facilities in Europe", che, stimando i costi esterni ambientali e sanitari degli impianti industriali in Europa (circa 10.000 impianti), a fronte di una stima di 63 miliardi di euro di danni per cambiamenti climatici associati alle emissioni di CO2, rivela danni sanitari per gli inquinanti principali (NH3, NOX, PM10, SO2,NMVOCs) compresi fra 38 e 105 miliardi.
 
Forse, allora, un corretto approccio verso la tutela ambientale e la sua integrazione nella progettazione di prodotti e processi produttivi dovrebbe basarsi su indicatori ambientali attenti non solo al cambiamento climatico, ma anche alla salute. La carbon footprint basta da sola per stabilire la sostenibilità di un prodotto?

Piero Bonato, Direttore Generale CSQA Certificazioni.
"La carbon footprint rappresenta uno degli indicatori più discussi e al centro dell'attenzione sia della comunità scientifica (a causa del fenomeno globale dei cambiamenti climatici) che del mercato e dei media.
Tuttavia non deve essere considerato l'unico indicatore ambientale e non può bastare come "metro assoluto" della sostenibilità di un prodotto: tale limite viene richiesto che sia dichiarato in tutte le principali norme tecniche che regolamentano metodi e modalità relativi al calcolo e alla comunicazione della carbon footprint.
L'approccio "vincente" deve essere in prima istanza quello della metodologia LCA (life cycle assessment) che compie un'analisi ambientale ad ampio spettro considerando diverse categorie d'impatto che afferiscono più in generale alle sfere della salute umana e della conservazione degli ecosistemi e a fronte della quale potrebbero benissimo emergere altri parametri, che non siano l'effetto serra, più importanti e critici da tenere sotto controllo in un certo contesto e per certi processi/prodotti (e.g. ecotossicità, sostanze cancerogene, radioattività, acidificazione)".


Elena Dalla Valle, responsabile certificazioni Vireo Srl. 
"Il calcolo della carbon footprint, sia di prodotto, sia di organizzazione, rappresenta senza dubbio uno strumento efficace tramite il quale è possibile monitorare, gestire e, si auspica, ridurre le emissioni di CO2e in atmosfera.
La carbon footrpint non rappresenta però l'unica impatto sull'ambiente di prodotti ed aziende, ma una delle componenti; oggi le aziende sono chiamate a sfide sempre più impegnative per migliorare l'impatto complessivo dei propri processi e prodotti, cercando di monitorare e gestire per esempio l'utilizzo di acqua (water footprint), la gestione dei rifiuti, la riciclabilità dei prodotti, l'origine delle materie prime. Verificare e migliorare le proprie performance su diversi fronti aiuta certamente a ridurre l'impatto sull'ambiente e sulla salute".


Michele Manelli, Presidente Azienda Agricola Salcheto.
"E' innegabile come la Carbon Footprint sia solo una prospettiva del grande problema socio-economico della convivenza uomo-ambiente, resa fortemente prioritaria dalla diffusa percezione di un cambiamento climatico in corso, oltre alla sua capacità di indicare anche l'efficienza nell'uso di energia e spesso quindi di materia prima.
Nel campo agricolo siamo molto sensibili altema della biodiversità, vivendo più direttamente le conseguenze della sua mancata tutela. Ciò detto dovremmo trarre ispirazione da come sia stato impostato il sistema di gestione della Carbon Footprint: metodi quantitativi di calcolo standardizzati, banche dati gestite da enti intergovernativi super partes supportati dal sistema internazionale di certificazione di parte terza.
E' noto a tutti coloro che operano per il progresso sociale, economico ed ambientale come si debba lavorare per una "ecological footprint" che si allarghi almeno a tre parametri di base in equilibrio tra loro: emissioni di GHG, gestione dell'acqua e biodiversità, seguendo lo schema dell'armonizzazione delle regole di gestione degli indicatori. Un elemento quest'ultimo, quasi più importante per iniziare ad ottenere risultati efficaci di quanto non lo sia la ricchezza dei parametri stessi, che potranno essere integrati. Un lavoro che nel settore vitivinicolo stiamo portando avanti con il Forum per la Sostenibilità Ambientale del Vino".


Andrea Molocchi, partner della società di ricerca e consulenza ECBA Project. 
"In base all'indagine di ECBA Project sui costi esterni ambientali delle emissioni dei settori dell'economia italiana, il 23% dei costi esterni è dovuto alle emissioni di CO2, mentre il 72% è imputabile ai macro-inquinanti, in particolare al particolato fine (PM2,5) che incide sul 35% del totale.
L'approccio del carbon footprint è essenziale per ricostruire la sequenza dei consumi energetici lungo la filiera di produzione di un prodotto, ma in un'ottica di sostenibilità questa informazione va completata con le altre principali tipologie di emissioni inquinanti che generano effetti sanitari e ambientali: un quadro informativo complesso che può essere sintetizzato in un unico indicatore di "environmental external costs footprint" attraverso la valutazione dei costi esterni delle emissioni associate alla supply chain.
ECBA project raccomanda alle imprese di effettuare valutazioni di costo esterno dei propri processi o prodotti, per portare a sintesi le numerose informazioni ambientali pubblicate nei rapporti di sostenibilità.
Questo consentirebbe non solo una visione integrata sulle diverse dimensioni ambientali coinvolte nei processi produttivi, ma anche di dimostrare il proprio posizionamento virtuoso rispetto al benchmark di settore. Le imprese "green" oggi possono comunicare il valore economico del merito ambientale delle proprie produzioni. I mercati stanno prendendo atto che la qualità ambientale ha anche un valore economico, che può rappresentare un fattore competitivo chiave per le imprese green".

(Fonte: Roberta Ragni, greenbiz.it)