Corpi estranei negli alimenti

17/01/2014

Il problema dei corpi estranei che finiscono accidentalmente negli alimenti è una questione che interessa un pò tutte le aziende del settore. L’argomento è stato trattato anche di recente sul mensile dell’Istituto nazionale dei consumi francese 60 Millions de consommateurs.
 
Il problema viene affrontato in modo diverso in relazione al caso: si va dal semplice monitoraggio per le situazioni meno pericolose e delle quali ci si accorge tempestivamente, prima della distribuzione, fino al ritiro immediato del prodotto con avvisi da diffondere nei punti vendita per informare i consumatori. L’attenzione è maggiore quando l’evento coinvolge i bambini. Produttori e cittadini devono comunque sapere che il rischio zero non esiste, nemmeno quando l’azienda è affidabile e dispone di tutti i controlli necessari. In alcuni casi le dimensioni troppo piccole del corpo estraneo, la sua densità o altre caratteristiche (come il colore) possono far sì che la presenza sfugga  ai detector installati nelle linee di produzione immediatamente prima del confezionamento.
Tra i corpi estranei vi sono anche quelli di origine biologica, come ossa o DNA di animali da terra nel pesce, insetti, roditori …

E dopo aver trovato un corpo estraneo? Il consumatore che denuncia l’evento può chiedere un risarcimento quando vengono  riscontrati danni fisici, portando prove a supporto del reclamo. Quando la segnalazione avviene sul prodotto già in commercio, in genere viene prevista  una campagna di ritiro della merce e l’allerta per i consumatori.
 
Il Fatto Alimentare ne ha parlato con Luigi Norsa – responsabile dell’omonima società di consulenza specializzata in gestione delle crisi aziendali- per capire quali sono i rischi reali per i consumatori e cosa fanno le aziende per prevenirli. «Il ritrovamento di un corpo estraneo – spiega Norsa – è uno dei tre possibili rischi legati alla produzione di alimenti, insieme a quello di contaminazioni biologiche o chimiche, ed è anche il meno pericoloso dei tre. Si tratta di solito di eventi puntuali, dovuti a incidenti: frammenti di vetro o metallo, oppure di gusci o di osso, e in qualche caso materiale biologico come insetti o piccoli animali».

I casi – come afferma anche Norsa – sono sporadici, ma esistono: basti pensare che nel 2013 sono state 12 le segnalazioni di allerta su prodotti importati in Italia e 8 quelle sugli alimenti esportati all’estero dal nostro paese. Il sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangini (Rasff)  ci informa per esempio che dalla Germania abbiamo ricevuto cioccolato con arachidi contenenti residui diossa, dalla Francia è arrivato latte UHT parzialmente scremato “arricchito” da pezzetti di plastica. Noi invece ci siamo fatti notare per la presenza di ossa di animali in scatolette di tonno, pezzi di vetro nella pizza e lame metalliche in un lotto di mortadella affumicata. Probabilmente i casi sono molti di più, perchè la presenza di corpi estranei negli alimenti prodotti e venduti solo in Italia non viene monitorata dal Ministero della salute e quindi non esiste una casistica.

In che modo può succedere?
«Se parliamo di prodotti conservati, inscatolati o surgelati, può staccarsi un pezzo dai macchinari o delle confezioni, oppure possono esserci tracce di materiali di scarto non eliminati, o corpi estranei dovuti a incuria. Il mozzicone di sigaretta trovato in una brioche probabilmente ci è arrivato perché qualcuno ha fumato dove non doveva, gettando poi il “corpo del reato” in un’impastatrice. Per fortuna le conseguenze in genere sono minime. Nei casi più gravi, fortunatamente rari, si tratta di lesioni alla bocca o danni ai denti: il nostro apparato digerente è attrezzato per proteggersi da questo tipo di incidenti e in letteratura scientifica non ci sono casi di danni all’apparato digerente dovute all’ingestione accidentale di frammenti di vetro».
 
 Come si comportano le aziende per prevenire questo tipo di pericolo?
Nelle aziende si usano barriere, come setacci, o sistemi di rilevamento come metal detector, raggi X o campi magnetici
«Il sistema di controllo HACCP prevede di individuare i punti di rischio nel processo produttivo, che variano a seconda del tipo di prodotto, per metterli in sicurezza, e in genere funziona abbastanza bene. Si predispongono barriere che impediscono fisicamente il passaggio di corpi estranei, per esempio setacci , oppure sistemi di rilevamento che sfruttano le caratteristiche della sostanza da individuare, come metal detector, raggi X o campi magnetici. Senza dimenticare altri accorgimenti, come quello di usare materiali a colori vivaci – come i guanti indossati da chi maneggia alimenti – per facilitare l’individuazione di eventuali frammenti. Ovviamente non si tratta di un sistema perfetto: un limite inevitabile è che si può trovare solo quello che si sta cercando».
 
Può farci qualche esempio?
«Tempo fa mi sono occupato di un’azienda che aveva trovato frammenti di vetro nel vino: abbiamo scoperto che dipendeva da un insieme di circostanze, un’imperfezione nel collo delle bottiglie e un difetto nell’ugello della machina di riempimento. In casi come questi il sistema di verifica è il cosiddetto candling, ossia si controlla la velocità di caduta di un eventuale sedimento dopo aver capovolto la bottiglia contro una sorgente luminosa, in questo modo si può identificare la presenza di un corpo estraneo. L’ideale è riuscire a individuare il lotto danneggiato prima che sia immesso sul mercato. Se questo non è possibile bisogna ritirare quanto già venduto avvertendo i canali commerciali, e i consumatori. Sono questi ultimi passaggi i più problematici e difficili da gestire».
 
Per quanto riguarda i consumatori, come deve comportarsi chi trova un corpo estraneo in un alimento?
Le cucine delle navi da crociera hanno procedure di controllo feroci
«È opportuno avvertire sia il punto vendita dove si è fatto l’acquisto sia il produttore, fornendo tutti i dati necessari a identificare il prodotto: lotto, data di produzione e data di scadenza. L’alimento in questione dovrebbe essere conservato, se possibile, o quanto meno fotografato. Le aziende devono verificare che il reclamo sia fondato e legato al processo produttivo, non ad altri fattori, come la cattiva conservazione nel punto vendita. Questo serve per tutelarsi da tentativi di truffe. Anni fa un’azienda aveva rimborsato un intervento odontoiatrico dovuto alla presenza di un frammento metallico in un prodotto, trovandosi poi a fronteggiare una vera e propria “epidemia” di richieste analoghe, provenienti dalla stessa area geografica, dovute probabilmente a un passa parola».
 
E quando non si tratta di prodotti confezionati ma di alimenti serviti da una mensa o un fast food, o in vendita nelle gastronomie?
«Ovviamente chi produce milioni di piatti corre rischi maggiori in termini statistici, anche se i banchi di gastronomia delle catene di distribuzione e le cucine delle mense e dei fast food, quando lavorano bene, applicano complesse procedure HACCP proprio per evitare problemi. Le cucine delle navi da crociera, tanto per fare un esempio, hanno procedure di controllo feroci che le fanno somigliare più a una sala operatoria che a una cucina. Ovviamente, qualcosa può sempre sfuggire, ma questi prodotti sono comunque più sicuri di quelli che prepariamo nella cucina di casa». (Fonte: Paola Emilia Cicerone, ilfattoalimentare.it)