Misurare l'impatto economico del Terzo Settore

23/10/2015

Istituzioni e università si interrogano su quali possano essere il miglior modello e il processo più efficace per far procedere le organizzazioni del Terzo settore verso la migliore valutazione economica del proprio operato. Lo hanno fatto oggi nel convegno “Misurazione e valutazione dell'impatto economico e sociale del Terzo settore”, organizzato dall'università la Sapienza di Roma, diatribe tra di diritto e di Economia della attività produttive.

Secondo Luigi Bobba, sottosegretario al lavoro e alle politiche sociali, «Dobbiamo arrivare a trova un strumento che sia, univoco, condiviso e semplice, altrimenti addossiamo alle associazioni un altro carico e non so se questo può produrre affetti positivi. È un lavoro in fieri, sul quale la richiesta mia e del governo è che abbia queste tre caratteristiche».

Donata Lenzi, relatrice del PD alla Camera sul disegno di legge di Riforma del Terzo settore, fa presente che «nella discussione che abbiamo fatto c'è nell'articolo 7, la valutazione delle politiche e non sui soggetti. Il punto è anche capire se l'impatto è positivo o negativo. E non sempre tutto è positivo. Abbiamo inserito all'articolo 7 la valutazione dell'impatto riferita all'ente finanziatore del progetto. Una dotazione di questo tipo ti deve dire se devi limitarti a gestire l'emergenza o no, e si deve passare, ad esempio sul tema dei rom, anche alle politiche dell'integrazione. Cioè una valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve medio lungo periodo. Soprattutto nel sociale la dimensione, tra il medio e il lungo periodo è la più importante». E sottolinea: «Non è solo una misurazione finale, ma un cambiamento di modello lavorativo, soprattutto dell'iter intrapreso dal committente».

Infine per Stefano Lepri, relatore al Senato del disegno di legge sul Terzo settore, sono quattro le Raccomandazioni da tenere presente nel tentativo di costruire un modello valido per la valutazione dell'impatto sociale, quattro questioni che si devono affrontare anche per dare slancio e una mano a chi ha responsabilità pubbliche.

1) la rendicontazione sia capace di mixare le attese e le valutazioni dei diversi stakeholder;
2) un buon valutatore evidenzia non solo i punti di forza ma anche i punti deboli;
3) facciamo in modo che le valutazioni aiutino i decisori pubblici a comprendere l'effetto intersettoriale delle valutazioni (vedi l'inserimento nel mondo del lavoro di soggetti svantaggiati);
4) dobbiamo fare in modo, in una condizione di risorse scarse, di poter valutare la capacità di mobilitazione di risorse aggiuntive e potenzialmente non costose per le casse pubbliche. Sia un elemento cruciale di valutazione anche per alcune forme di affidamento.

Bobba e Lenzi hanno lanciato alcune provocazioni: Il primo pensa al ricambio generazionale, pensa al Servizio civile: «io ho insistito con il presidente del Consiglio, - afferma - perché anche per il prossimo anno ci siano adeguate risorse. Perché ritengo che li ci sia un punto di investimento di lungo periodo sulle organizzazioni di Terzo settore, e che se non lo facciamo nostro queste organizzazioni invecchiano inesorabilmente. È un investimento per rigenerarsi e rimettere sangue ed energie nuove per il futuro».

Per la Lenzi: «L'impresa sociale non sia solo quella che guarda all'esterno ma quella che ha comportamenti più etici nella propria governance, nel rispetto dei contratti di lavoro ecc, il come faccio le cose è altrettanto importante di cosa faccio. Un comune deve valutare anche questo prima di assegnare una gara di appalto e probabilmente avremo risultati diversi».

C'è una domanda di base dalla qual partire secondo Stefano Zamagni. Da tempo sostenitore del valore dell'economi a sociale: perché dovremmo procedere verso questa direzione? Non c'è il rischio che associazioni non profit, misurando la propria capacità di produrre valore economico snaturino la propria identità?

Prova a sgombrare il campo dalle perplessità, l'ex presidente dell'Agenzia per il Terzo settore. «Siamo nel bel mezzo di un processo di grande trasformazione del Welfare State - ha detto il professore da tempo sostenitore del valore dell'economia civile - da un modello ridistribuivo, a uno generativo. Il primo non è più sostenibile né equo. Sappiamo che le fasce più bisognose sono scoperte. Il secondo è capace di generare al proprio interno le risorse umane e le stesse capacità di tenerlo in vita. Il primo - aggiunge - ha deresponsabilizzato i cittadini e soprattutto ha marcato l'individualismo. Chi è nel bisogno aspetta da altri l'intervento. Il generativo tende a coinvolgere la corresponsabilità degli utenti». Quindi, conclude: «Se noi vogliamo transitare verso un WS generativo abbiamo bisogno di soggetti ai quali possiamo e dobbiamo chiedere la valutazione dell'impatto sociale. Per, alla fine, far avanzare il nostro modello di civilizzazione».

Come far allora questa valutazione? Per Zamagni ci sono tre livelli necessari e consequenziali: al primo stadio bisogna definire la dimensione di valore; poi gli indicatori; infine attribuire pesi agli indicatori. Sul primo si concentra il professore bolognese, perché la dimensione valoriale viene prima degli altri due, che sono poi configurabili sul piano tecnico dopo aver stabilito il primi. Zamagni indica sette dimensioni di valori: Sostenibilità economica; Democraticità e inclusività della governance; Partecipazione dei lavoratori alla vita dell'organizzazione; La resilienza occupazionale, mantiene o no l'occupazione nelle fasi di crisi; La relazione con la comunità e i territori; Le conseguenze sulle politiche pubbliche. E sottolinea poi un punto fondamentale, il dibattito su questo aspetto di fondo: «È urgente che si crei uno spazio pubblico, una sorta di agorà in cui chi ha partorito idee sulle dimensioni di valori lo dica e si confronti, perché i due livelli successivi hanno più un valore tecnico».

Per questo, secondo l'ex presidente dell'Agenzia sul Terzo settore, chi ha pensato di abolirla ha fatto un grave errore: perché non doveva seguire solo per controlli ex post (per quelli basta il ministero), ma essere il luogo privilegiato per questo confronto ex-ante, visto che soggetti interessati e chiamati in causa (Pubblica Amministrazione e soggetti del Terzo settore) non possono esserlo.

Ma quale consapevolezza hanno i soggetti del Terzo settore sull'importanza della valutazione dell'impatto sociale e sulle caratteristiche per farlo secondo criteri adeguati? Presenta la ricerca dell'Isnet, Laura Bongiovanni. Sono state intervistate 400 cooperative sociali e 100 imprese sociali. Otto su dieci dicono che l'impatto sociale è stato raggiunto. Di fronte alla domanda, “Avete dati per rendere conto di questo impatto?”, oltre la metà (63%) delle prime e il 53 delle seconde, dicono di sì. Ma sulla tipologia di informazione si scopre che i dati nella maggior parte si tratta di indicatori relativi al numero di persone svantaggiate inserite o di utenti assistiti, oppure della presenza del bilancio sociale nel proprio bilancio. «Sono dati importanti - dice la ricercatrice -ma non sono sufficienti per valutare l'impatto sociale. Le organizzazioni - conclude - non devono accontentarsi di questi dati - pur importanti - per valutare la qualità del loro lavoro». (Fonte: http://www.vita.it/)