Gestione del cambiamento nelle aziende italiane

18/11/2015

Innovazione digitale cioè rinnovamento, che significa sviluppo ovvero business per tutti. La gestione del cambiamento che le aziende italiane, grandi e medio grandi, devono affrontare riguarda ogni aspetto organizzativo. L'obiettivo non è rivoluzionare tutto, ma rivisitare una parte dei sistemi tradizionali allargando le vision per reimpostare la governance. Anche perché i driver del cambiamento sono tanti, diversi, e molto spesso davvero necessari.

Da un lato è vero che l'obsolescenza tecnologica spinge l'impresa a dover rivisitare spesso le proprie infrastrutture per cercare ottimizzazione ed efficienza ma anche maggiore potenza elaborativa, maggiore velocità, maggiore integrazione con il mondo del business.

Dall'altro sono gli stessi andamenti del mercato a sollecitare una revisione delle risorse, delle sedi e degli asset in virtù di sempre nuove relazioni e forme di scambio.

Lo rivela un'indagine realizzata da Digital4, in collaborazione con Italtel, su un panel di 800 aziende dai 100 a oltre 500 dipendenti con una ripartizione in una pluralità di settori: trasporti, distribuzione, finance, ICT, illuminazione, entertaiment, infotaiment, chimico e famaceutico, automotive, alimentare, agricoltura, Pa e manufacturing.



Quali sono i driver del cambiamento in Italia?

Quasi la metà delle aziende del settore enterprise (44,74%) e il 31% di quelle appartenenti al settore manifatturiero prevedono un rinnovamento della propria infrastruttura IT. Anche il rinnovamento del software è un altro motivo di ripensamento, attestandosi su percentuali più o meno equivalenti: il 20,18% delle aziende dell'enterprise e il 23% delle aziende del manufacturing.

Parallelamente, gli altri motivi che spingono le imprese a rivedere tecnologie e approcci sono il consolidamento delle sedi: a segnalarlo l'8,19% dell'enterprise e il 10% delle aziende del manufacturing. Un altro fattore che fa prevedere mutamenti importanti degli assetti organizzativi riguarda l'apertura di nuove sedi: per l'enterprise lo raccontano il 5,56% degli intervistati mentre per il manufacturing la percentuale quasi raddoppia, arrivando al 10%.

Riassumendo le aziende crescono o si distribuiscono geograficamente. Le modalità di lavoro cambiano, i volumi da gestire crescono e bisogna rivedere gli spazi ma anche i modi di gestire il business attraverso una scelta di tecnologie diversificate: dal cloud alla mobility, dalle soluzioni per la dematerializzazione a quelle più evolute di Unified Communication & Collaboration. E quando un'azienda si sposta la prima cosa di cui ha bisogno è un'infrastruttura di rete all'altezza degli obiettivi. Poi ci vuole la necessaria intelligenza gestionale, che va costantemente aggiornata per non bloccare lo sviluppo.

Il data center è proprietario in quasi tutti i settori

Il data center si conferma il motore del business. Un altro spunto interessante emerso dalla ricerca è che i data center risultano proprietari nella stragrande maggioranza delle organizzazioni. È il 90% delle aziende manifatturiere ad averlo in casa quasi a pari merito con l'88,30% dell'enterprise. Identiche le risposte di entrambi i cluster intervistati rispetto all'avvalersi di un fornitore esterno (9%) o di una formula ibrida con gestione interna e fornitore esterno (1%).

L'attenzione ai costi e a una razionalizzazione dei consumi spinge le aziende ad utilizzare una serie di metodologie finalizzate a un maggior risparmio energetico. Per il'68% delle aziende del manufacturing l'approccio principale di riferimento punta al consolidamento e alla virtualizzazione mentre per il mondo enterprise questa opzione è gettonata nel 57% dei casi. Un altro criterio di efficientamento riguarda il monitoraggio energetico degli apparati, opzionato dal 19% dell'enterprise e dal 10,56% del manufacturing. La terza metodologia per ridurre i consumi è legata all'utilizzo di politiche più sofisticate capaci di tenere conto del carico di lavoro delle macchine effettuando più opportuni bilanciamenti delle risorse (questa opzione riguarda il 10,5% dell'enterprise e il 6% del manufacturing).



Facendo una comparazione tra le decisioni e le scelte dei due cluster analizzati (enterprise e manufacturing), sul fronte del disaster recovery cambiano la dinamiche delle risposte. Il 30% del manufacturing ha pianificato iniziative a fronte di un 48,78% che non ne ha, mentre un 13% dichiara di avvalersi di un fornitore esterno. Questo si deve al fatto che in queste aziende il disaster recovery collima spesso con la business continuity, per cui su questo fronte c'è già molta maturità rispetto alle scelte pregresse. Parallelamente, anche il mondo enterprise sta investendo nel disaster recovery: ha un piano di rifacimento il 47,66% delle aziende, con un 6,73% di imprese che affida a un fornitore esterno il piano di disaster recovery.

Un dato interessante sempre lato aziende del manufacturing sono le previsioni di investimento per il 2016: rispetto a una gestione del data center, in cui tutte le fasi di produzione convergono su di un'unica infrastruttura grazie all'IT, le indagini raccontano come lo smart manufacturing sia stato messo a progetto nel 37% dei casi.

Cloud? Si grazie (e un po' per tutto)

A fronte di un altissimo interesse per il cloud è molto difficile mapparne la casistica in quanto la maggior parte delle aziende pensa alla nuvola su più orizzonti di applicazione che non vengono dettagliati. Rispetto alle percentuali delle risposte con un'opzione di risposta precisa, spicca una netta propensione per le soluzioni di Unified Communication & Collaboration, come conferma il 36% delle aziende enterprise e il 9% del manufacturing. A seguire il cloud piace come risorsa per gestire il CRM: lo dicono il 17% dell'enterprise e il 7% del manufacturing. Anche l'Erp in cloud registra un interesse per il 13% dell'enterprise e per il 4% del manufacturing. Con percentuali inferiori il cloud è valutato per la gestione del visual content management (digital signage &Co), ma anche per i contact center.



I budget per la sicurezza? Ci sono, ma non abbastanza

L'ultimo capitolo scandagliato dall'analisi è la governance della sicurezza. Nelle aziende italiane la questione della tutela delle informazioni e del business è nota ma, purtroppo, è gestita secondo un approccio all'antica: la sicurezza, infatti, viene valutata come un costo tecnologico non come una strategia di supporto alla continuità operativa, alla protezione dei dati e alla qualità dei servizi erogati. Così, fatto 100 il budget, quando si chiede alle aziende come viene usato si scopre che la maggior parte delle aziende investe relativamente poco o pochissimo.

Lo si evince dalla forbice che vede il 66,67% del panel enterprise investire da 1 a 30 e solo lo 0,88% da 81 a 100. Non si discosta molto il risultato della forbice nel manufacturing: il 63,41 risponde da 1 a 30 mentre il 2,44% da 81 a 100.

Addentrandoci nelle voci di costo, i budget della sicurezza per oltre la metà sono finalizzati a proteggere l'infrastruttura per il 62% delle aziende del manufacturing e per l'81% dell'enterprise. L'altra metà budget, invece, è consacrata alla protezione delle applicazioni: lo conferma l'80 dell'enterprise e il 44% del manufacturing.

La Pa italiana sceglie il digitale

L'innovazione digitale per le Pubbliche Amministrazioni è a tutto campo. Lo confermano le risposte delle 335 aziende intervistate di un panel che ha incluso aziende sanitarie, comuni, scuole e università.

Il 25,67% del campione conferma di avere in programma progetti di innovazione digitale lato dematerializzazione, il 17,01% in merito alla razionalizzazione e al consolidamento dei data center, l'11,34% in soluzioni di cloud computing pubblico o privato, il 10,15% in soluzioni di data recovery. L'8% delle aziende pubbliche sta investendo nei pagamenti elettronici e il 4,48% nelle procedure digitali per l'acquisto di beni e di servizi in relazione agli enti locali.

Interessanti anche le risposte di scavano più in profondità. Le interviste hanno confermato che nei prossimi 12 mesi le PA si focalizzeranno su iniziative di open data, ovvero Big Data, Analytics e Business Intelligence per il 39% del panel. Con un 36% al secondo posto si collocano iniziative di riuso dei programmi informatici prodotti da altre istituzioni, in un'ottica di integrazione e capitalizzazione.

La sanità è sicuramente il settore più all'avanguardia nella gestione dell'innovazione digitale. Su un panel di 80 aziende sanitarie, più della metà sta predisponendo sistemi associati alla cartella clinica digitale (55,5%) e al fascicolo sanitario elettronico (46,25%). E il 40% sta predisponendo servizi di medicina generale e prescrizioni in modalità on line ( 40%).



Rispetto al cloud è il 67% della PA ad avere un progetto già avviato (45%) o in fase di implementazione (22%). Il 20% è in fase progettuale e solo il 13% dice di non aver iniziative in merito.

Quali sono le difficoltà nell'avviare i processi di innovazione digitale della PA? Le risposte raccolte dagli analisti evidenziano nei budget il grosso limite dello sviluppo. Il 70% delle aziende intervistate, infatti, indica come motivo principale la mancanza di risorse finanziarie. Le domande, con modalità di risposta multipla, rivelano anche altri aspetti significativi rispetto agli ostacoli di un rinnovamento tecnologico e metodologico all'insegna dell'innovazione digitale: il 42, 68% del panel attribuisce la causa ai limiti organizzativi, il 46% alle barriere di tipo culturale mentre il 24% indica come ostacolo all’innovazione la complessità nel gestire l’assegnazione delle gare.

Molto importante il ruolo giocato dalla sicurezza nella PA: per l'83% delle aziende intervistate, infatti, questo aspetto é fondamentale rispetto ai progetti di innovazione digitale e non solo per i motivi legati alla Privacy e alla conservazione e protezione dei dati. La consapevolezza di quanto sia fondamentale garantire la business continuity attraverso servizi a zero latenza e massima copertura nelle pubbliche amministrazione è connaturato alla mission di servizio pubblico. (Fonte: Laura Zanotti, http://www.digital4.biz/)