Waterfootprint e Acqua Virtuale

L’uso efficiente delle risorse è essenziale per una crescita economica sostenibile, soprattutto nell’attuale  contesto mondiale caratterizzato da un notevole incremento della popolazione.

In particolare relativamente alla risorsa acqua stiamo assistendo ad un crescente interesse al tema della waterfootprint, confermato dall’indagine presentata da CSQA in occasione di Tuttofood 2013.

Inoltre, anche a livello di normazione internazionale  è in fase di elaborazione una norma sulla waterfootprint (ISO 14046) al fine di fornire un riferimento internazionale in grado di garantire trasparenza, coerenza e credibilità alle attività di assessment e di reporting della waterfootprint.

Per comprendere, però,  fino in fondo gli sviluppi futuri della waterfootprint è importante partire dal  concetto di Acqua Virtuale, teorizzato negli anni ’90 dal Prof. Tony Allan del King’s College e School of Oriental and African Studies(SOAS) di Londra per indicare la quantità di acqua contenuta nei beni alimentari scambiati per mezzo del commercio internazionale, che non è altro che uno scambio invisibile dei fattori di produzione.

Il concetto di ‘commercio’ di acqua virtuale, ai suoi albori, fu utilizzato da Allan per spiegare l’assenza di “guerre dell’acqua” per usi agricoli tra i paesi del Medio Oriente e Nord Africa, nonostante il gravissimo deficit idrico, che rende impossibile l’autosufficienza alimentare da diverse decadi.

Il concetto di acqua virtuale fu poi sviluppato ulteriormente e utilizzato come base teorica per l’elaborazione dell’impronta idrica da parte del Prof. Arjen Hoekstra, dell’Università di Twente e co-fodatore del Water Footprint Network, in analogia con il concetto di impronta ecologica.

L'impronta idrica di un individuo, di una comunità, di un'azienda si definisce come il volume totale di acqua dolce utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati appunto da un individuo, comunità o impresa. Ad esempio, l’impronta idrica di una nazione corrisponde al volume totale dell’acqua utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati dai suoi abitanti.

Tuttavia, poiché non tutti i beni consumati all’interno di una nazione sono prodotti all’interno dei confini nazionali, l’impronta idrica tiene conto sia delle risorse idriche locali sia dell’acqua utilizzata in altri paesi. Essa ha pertanto due componenti: l’impronta idrica interna e l’impronta idrica esterna.  

Le stime dell’impronta idrica degli stati del mondo fornite dal Water Footprint Network hanno dimostrato che la maggior parte dell’acqua che consumiamo, a livello nazionale e individuale, è l’acqua contenuta nei beni alimentari, in particolari in quelli di origine animale.

I concetti di impronta idrica e acqua virtuale permettono così di mettere in luce aspetti e implicazioni altrimenti nascoste dei nostri stili di vita e consumi. Oltre a quantificare gli immensi volumi di acqua coinvolti nella produzione di beni di consumo quotidiano, i due concetti si prestano ad un approccio e riflessione di natura qualitativa.

L’acqua che utilizziamo per produrre cibo, infatti, non è tutta uguale. Essa può avere origine dalla pioggia e diventare umidità per supportare la crescita delle colture agricole o della vegetazione. Quest’acqua si definisce verde e rappresenta la fonte principale per la produzione di cibo mondiale.
Infatti, il 90% circa dell’agricoltura mondiale è alimentata dall’acqua piovana.

Il secondo tipo di acqua, più prezioso perché più scarso, è l’acqua contenuta in corpi idrici di superficie o di falda.
L’acqua sotterranea si distingue a sua volta in fonti rinnovabili o di natura fossile. Questa tipologia di acqua, cosiddetta blu, può essere utilizzata come supporto alla pioggia nell’agricoltura irrigua, ma è anche alla base del soddisfacimento dei consumi del settore industriale e domestico.

Il costo opportunità di quest’acqua è quindi altissimo poiché, in contesti caratterizzati da scarsità, il suo utilizzo in un settore può determinare la sorte degli altri.

Differenziare tra tipi diversi di acqua è importante soprattutto in riferimento al settore agricolo, che, secondo dati FAO, consuma in media il 70% delle risorse di acqua dolce prelevate dall’uomo.
L’impatto ambientale dell’utilizzo di acqua verde nei sistemi agricoli pluviali è notevolmente più basso rispetto all’impatto dell’agricoltura irrigua.
La produttività dell’acqua verde è inoltre considerevolmente bassa.

L’International Water Management Institute ha sottolineato nel report “Water for Food. Water for Life. A comprehensive assessment of water management in agriculture” (2007) che, per il soddisfacimento dei bisogni della popolazione mondiale del futuro, sia essenziale aumentare la produttività e gli investimenti nell’agricoltura pluviale attraverso una gestione integrata di suolo e risorse idriche.
 
Marta Antonelli - PhD Researcher,  Geography Dept. King's College London; Research Fellow, IUAV Università di Venezia
Francesca Greco - PhD researcher,  Geography Dept., King's College, London
Michele Crivellaro - CSQA Certificazioni