La Carta per la Responsabilità sociale condivisa

11/03/2014

Stefano Zamagni commenta il documento appena adottato dal Consiglio d'Europa. «La parola reciprocità ricorre ben 4 volte. È un fatto importante, perché è la chiave di volta di un nuovo sistema economico»

 
È un documento molto importante quello adottato il 22 gennaio scorso dal Consiglio d’Europa. Bisogna ricordare che il Consiglio d’Europa è un consesso più grande dell’Unione Europea, in quanto comprende 47 stati,  e questo rende ancor più significativa l’approvazione in via definitiva, dopo 5 anni di lavori, della Carta per una Responsabilità sociale condivisa.

La novità sta naturalmente proprio in quest’ultima parola: “condivisa”. In sostanza si ammette che nei nostri sistemi è necessario promuovere l’accordo tra vari soggetti, di diversa natura, in modo da prevedere la mutua assunzione di impegni e doveri reciproci tra di loro. Il modello di base è quello della sussidiarietà circolare, ma non più limitata al welfare, bensì allargata a tutti gli ambiti delle politiche pubbliche.

Nel documento (per ora pubblicato solo in inglese e scaricabile in allegatola parola reciprocità ricorre ben 4 volte. È un fatto importante, perché il principio di reciprocità è qualcosa di diverso dalla solidarietà. È un principio in base al quale «io ti do liberamente qualcosa affinché tu possa a tua volta dare, secondo le tue capacità, ad altri o eventualmente a me», ed è la chiave di volta di un nuovo sistema economico.

Nel documento ci sono novità e aperture molto significative, come quelle contenute nel paragrafo 17, dedicato alle famiglie, dove le associazioni sono stimolate a mettersi in gioco, e dove i governi sono richiamati a raccogliere proposte e idee che vengano dalle associazioni stesse. Questo all’insegna del principio, per altro già accolto nella nostra Costituzione, che anche i privati possano concorrere al bene comune. Veniamo da una stagione in cui l’ente pubblico era l’unico titolato a promuovere il bene comune, ora invece l’ente pubblico dovrà rivestire la funzione di facilitatore, chiamando ad una responsabilità condivisa i soggetti privati, profit e non profit.

Non stiamo parlando di prospettive futuribili, né semplicemente di soluzioni per uscire dalla crisi.  La responsabilità condivisa è la via maestra per la ricostituzione di quel capitale sociale che per colpa dell’individualismo e dell’assistenzialismo abbiamo sperperato nell’ultimo ventennio. Ci sono già esempi interessanti che dimostrano come questa strada sia praticabile. A Bologna, ad esempio, è stato approvato un regolamento comunale che prevede che i cittadini possano prendersi cura di alcuni beni comuni, come ad esempio i giardini, senza dover chiedere autorizzazioni. Sempre in Emilia, un accordo tra Confindustria e tutte le sigle sindacali, Cgil compresa, sino a ieri ostile a simili soluzioni, stabilisce che i lavoratori possano aderire a servizi di welfare aggiuntivi, mettendo una quota dello stipendio, quota che viene raddoppiata dall’impresa. Il mio invito è che Vita si adoperi per la conoscenza e la diffusione di questo documento, destinato a cambiare gli assetti istituzionali del prossimo futuro. (Fonte: vita.it)