Nanotecnologie anche nel campo agrofarmaci

26/01/2015

Le nanoparticelle - dove il termine nano identifica la loro minuscola dimensione - sono già ampiamente utilizzate dall'uomo, anche in agricoltura, nella formulazione degli agrofarmaci.

La questione che però oggi in tanti si pongono è circa il loro effetto sul lungo periodo, tanto sull'ambiente quanto sull'uomo. Stacey Harper è una tossicologa dell'Oregon State University e il suo lavoro è analizzare le nanoparticelle delle sostanze di sintesi ad uso agricolo per determinare se sono dannose per l'uomo oppure no: lei ritiene che sì, la nanotecnologia rivoluzionerà l'agricoltura come ha fatto con la medicina e che la stragrande maggioranza dei nano-agrofarmaci non sia tossico (o non più tossico dei corrispettivi tradizionali), ma il problema sta proprio in quella piccola minoranza, di cui oggi si sa poco o niente.

Dall'industria al mondo accademico, alle agenzie governative per la tutela della salute, il consenso è unanime: usare particelle più piccole - leggasi nanoparticelle - significa ridurre la quantità di agrofarmaci utilizzati a parità di superficie. 

Ma la domanda di Harper è "una volta irrorata una coltura, le nanoparticelle si fermeranno su di essa oppure scenderanno nel terreno, nelle acque sotterranee? Per quanto rimarranno nell'ambiente? Entreranno nel ciclo alimentare di pesci, insetti e animali?". Domande ancora senza risposta.

Usare appieno le potenzialità della nanotecnologia è ancora un sogno. C'è chi sogna nano-sensori in grado di individuare anche bassissimi livelli di inquinanti e di avvisare l'agricoltore, oppure in grado di illuminarsi, nelle confezioni degli alimenti, se entrano in contatto con agenti patogeni quali Salmonella o Listeria.

Il problema sono i fondi. Negli ultimi 13 anni, gli Stati Uniti hanno foraggiato con milioni di dollari l'INN - National Nanotechnology Initiative - un progetto di ricerca e sviluppo che coinvolge 20 organizzazioni governative, ma è solo dal 2008 che nel programma vengono finanziati anche progetti per la ricerca sulla salute e la sicurezza delle nanotecnologie. Oltre ai ritardi, va poi segnalato che la maggior parte dei fondi stanziati per la sicurezza delle nanotecnologie riguarda la sicurezza di chi, soprattutto lavoratori, le inala.

Di tutte le nanoparticelle finora testate, solo una piccola parte sono risultate tossiche. Ora Harper vuole creare un database internazionale, da condividere con il mondo dell'industria. Un grande lavoro iniziato quasi per caso, a causa del marito della Harper, Bryan.

Bryan lavorava per il National Pesticide Information Center (NPIC), un numero verde presso la Oregon State University al quale i cittadini potevano rivolgersi per avere informazioni sugli agrofarmaci. Bryan entrò in difficoltà quando un utente gli chiese informazioni sul nano-argento, il primo nano-pesticida che proprio allora era appena entrato in commercio. Bryan chiese aiuto alla moglie, perché dalla letteratura scientifica non emergeva una risposta chiara: il tema sicurezza dei nano-agrofarmaci era un buco nero.

Recentemente la Harper e i suoi colleghi hanno ricevuto fondi per analizzare come le nano-sostanze si 'muovano' nel suolo e nell'acqua e se entrino nella catena alimentare di pesci o insetti. Per testare i diversi scenari è stato creato un nano-sistema che ricrea l'ambiente reale, ma su scala molto più piccola.

La ricerca non è semplice, anche a causa della burocrazia americana. Infatti finché il principio attivo principale di un nuovo agrofarmaco è qualcosa che è già stato approvato, le industrie produttrici non hanno alcun obbligo di effettuare ulteriori test sulle nanoparticelle, e se pure l'hanno fatto non hanno alcun obbligo di mettere i risultati a disposizione per ulteriori ricerche. Così la Harper ha iniziato a testare anche i prodotto in commercio, per determinare se contengano nano-particelle e se queste siano in un qualche modo dannose.

I primi test di Harper e colleghi dicono che il 90% degli agrofarmaci in commercio contiene particelle che possono essere definite, per la loro dimensione, nano. Ora devono stabilire se funzionano come principi attivi o se siano semplicemente degli stabilizzanti o qualcosa di inerte.

E' una corsa contro il tempo, perché la Harper sa che non ci vorrà molto prima che il mondo dell'industria decida di passare di livello attraverso la nano-formulazione creando ad esempio prodotti 'equipaggiati' con nano-sensori in grado di individuare l'elemento patogeno prima di rilasciare il principio attivo. La Harper stima ci vorranno appena 10 anni. Fonte: http://www.freshplaza.it/)