PSR e sostenibilità per il lattiero-caseario

29/07/2015

Con l'approvazione Ue di un primo gruppo di sei Psr, prende concretamente avvio in Italia il Regolamento 1305/13, che complessivamente stanzia 10,43 miliardi di euro per l'Italia (poco meno del 11% del totale per i 28 Paesi dell'Unione) per interventi da attuare fino al 2020.
Il Regolamento completa altri strumenti della PAC per promuovere uno sviluppo rurale sostenibile e adeguato a fronteggiare sfide impegnative quali quelle degli effetti del mercato globale e dei cambiamenti climatici (CC) sui sistemi agricoli e sull'industria agroalimentare della Unione.Il risultato atteso è di ottenere un'agricoltura capace di innovarsi e di essere più competitiva, di migliorare l'equilibrio con il territorio e con l'ambiente, rispettosa delle risorse naturali, in grado di adattarsi al cambiamento climatico e di contribuire alla sua mitigazione, e allo stesso tempo essere fonte di occupazione.In estrema sintesi, per raggiungere queste mete il Regolamento ha stabilito 6 priorità e 18 obiettivi tematici.Corrispondere a così tanti obiettivi nella formulazione di ogni PSR ha richiesto un grande impegno alle Regioni.
Non meno impegnativa sarà d'ora in avanti la traduzione delle misure scelte in azioni mirate ad assicurare lo sviluppo voluto per le diverse realtà agricole.A questo punto una riflessione non sembra superflua in considerazione delle attese ambiziose, dell'entità dei mezzi resi disponibili e del rischio che i disequilibri tra le diverse realtà ambientali e produttive (a livello delle regioni italiane e dei 28 partner europei) aumentino, invece di diminuire come si vorrebbe, a seconda dell'efficienza ed efficacia delle azioni che saranno poste in essere dai PSR.Se è indubbio che ogni realtà produttiva debba essere supportata, è comunque fondamentale che sia posta un'attenzione particolare alle azioni rivolte ai comparti più rilevanti per interesse economico, ambientale e sociale.

PUNTI DI FORZA E DI DEBOLEZZA DEL SETTORE LATTIERO-CASEARIO

In ambito zootecnico, il settore lattiero caseario bovino è indiscutibilmente di prioritario interesse, sia per i punti di forza sia per quelli di "debolezza".Tra i primi vi sono: il peso economico dato dai circa 14 miliardi di euro di produzione lorda vendibile (Plv) e due miliardi di export;  il contributo sociale con circa 200 mila occupati nelle fasi allevamento, raccolta e trasformazione del prodotto; l'apporto alla biodiversità con le razze autoctone, allevate generalmente in ecosistemi di interesse paesaggistico che sostengono produzioni uniche; infine, da non sottovalutare, il possibile contributo alla produzione di energia.Tra le criticità, invece, vi sono: le emissioni di gas climalteranti [che incidono per circa l'1,2%, il 17,3% e il 35,2% rispettivamente sul totale emissivo dell'Italia, dell'agricoltura e dell'allevamento (Libro Bianco, 2012)]; le emissioni di ammoniaca, i nitrati, il consumo di acqua irrigua.Non meno rilevante è la criticità del basso contributo dell'allevamento della vacca da latte al consumo interno di latte e derivati (intorno al 65%) e quella del ridotto tasso di autoapprovvigionamento nazionale di carne bovina (poco al di sopra del 55%), al quale l'allevamento da latte dà un apporto sostanziale (con le vacche a fine carriera e i vitelli eccedenti la rimonta). Le produzioni di latte e carne di reale matrice nazionale non dovrebbero essere ulteriormente contratte non solo per ragioni economiche, ma soprattutto per motivi di sicurezza alimentare. Le esperienze passate (vedi Bse) hanno dimostrato come fattori di rischio eccezionali possono interrompere l'approvvigionamento dal mercato internazionale. Tra le criticità si aggiunge ora anche l'incognita della fine del regime delle quote latte. Come reagiranno nel breve-medio periodo l'allevamento e l'industria lattiera italiani e quelli dei tradizionali Paesi esportatori di latte e derivati verso l'Italia? L'allevamento italiano riuscirà a espandersi o sarà compresso dall'import dai Paesi partner? È troppo presto, dopo solo due mesi dal termine del regime, per poter individuare un trend attendibile, ma i pochi elementi disponibili non sembrano indicare una direzione favorevole per l'insieme dell'allevamento bovino da latte italiano.

LA DOPPIA SFIDA NELLA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Anche se l'allevamento della vacca da latte è distribuito con densità diversa tra le regioni, queste sono tutte interessate alla produzione del latte vuoi con i sistemi specializzati vuoi con quelli adattati alle condizioni locali (ambientali e storico-sociali) e alle caratteristiche geno-morfo-funzionali delle razze autoctone. Sembra pertanto il caso di soffermarsi su talune tematiche poste dal Regolamento (quali innovazione, ricerca, trasferimento delle conoscenze, benessere animale, biodiversità, risorse idriche) per valutare quali azioni possono favorire in Italia l'adattamento dell'allevamento ai Cambiamenti Climatici e/o contribuire alla mitigazione, scongiurandone così una ulteriore contrazioneLa temperatura media dell'aria, riferita all'intero territorio nazionale, nel periodo 1980-2014 è aumentata di 1,18+/-0,22°C rispetto ai valori del CLINO 1961-1990 e l'aumento medio è stato di 1,57°C nel 2014 (ISPRA, 2015). Quest'ultimo valore rappresenta poco meno del doppio di quello registrato a livello globale nel mondo. Sempre con riferimento alla temperatura media globale del 2014, misurata al suolo e sulla superficie degli oceani, secondo dati della NOAA, il valore è stato superiore di 0,68°C la media del secolo scorso, risultando cosi l'anno più caldo dalla fine del XIX secolo. Per la fine del XXI secolo il quinto rapporto IPCC prevede aumenti della temperatura globale da 3 a 8°C (Spataro, 2015).Tutte le Regioni italiane sono state interessate da un aumento delle temperature nelle ultime tre decadi. Elaborazioni recenti relative a 13 stazioni meteorologiche italiane (Nardone e Ranieri, in press) su dati dei CLINO 1981-2010 e 1951-1980 (forniti dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare  e parte ripresi da http://it.wikipedia.org/wiki ) hanno evidenziato un aumento medio per le 13 stazioni di 0,80°C (σ±0,27) della temperatura dell'aria e una diminuzione annua delle precipitazioni cumulate di 86 mm (σ±82) nel secondo trentennio rispetto al primo.Anche la temperatura media di ciascuno dei 12 mesi è risultata più elevata nel secondo CLINO rispetto al primo. Gli aumenti più sensibili, su media annua, sono stati registrati per Bolzano e Firenze, rispettivamente con +1,30°C e +1,16°C.Invece i valori medi mensili delle precipitazioni, calcolati per l'insieme delle 13 stazioni, sono risultati inferiori nel secondo CLINO per 11 mesi, nel mese di settembre infatti si è registrato un aumento medio di 5 mm (68 vs 63). Circa le singole stazioni, la sola Piacenza ha avuto un aumento medio annuo di 29 mm nel secondo CLINO, mentre per 6 stazioni (BO, BZ, FI, MI, RN, TO) si sono verificate diminuzioni di 100 e più mm anno. Per Torino e Bologna la riduzione ha superato addirittura i 200 mm anno (rispettivamente -231 e -211); in pratica per Bologna nel secondo periodo le precipitazioni si sono ridotte di oltre un quarto (mm 550 vs 761). I dati esposti indicano chiaramente che il territorio italiano sta divenendo uno degli hotspot causati dai CC, in linea con le previsioni per i prossimi decenni  del progetto Prudence che danno per l'Italia aumenti ulteriori della temperatura e modificazioni della distribuzione e dell'entità delle precipitazioni (diminuzioni al Sud, aumenti al Nord sia pure di lieve entità).È fondamentale quindi che vi sia diffusa consapevolezza che le condizioni climatiche che si stanno determinando sul nostro territorio potranno rendere estremamente vulnerabile l'allevamento bovino italiano, con le conseguenze economiche e sociali che ne derivano. Difatti, la vacca da latte normalmente deve disperdere ingenti quantità di calore (anche oltre 40 mila kcal/die, Nardone et al., 2006) e per questa ragione nelle stagioni calde è esposta a un forte stress termico. Lo stress è ancora più grave nei periodi di "onde di calore" e queste nelle ultime decadi si stanno verificando con crescente frequenza sulla superficie dell'Italia, come messo in evidenza dal recente studio ISPRA (2015). Le conseguenze più immediate sulla vacca da latte (e non solo) sono il peggioramento del benessere, la riduzione della fertilità e delle produzioni  (Nardone et al., 2010), l'aumento della mortalità (Vitali et al., 2015) e la modificazione del rapporto tra le frazioni caseiniche del latte (Bernabucci et al., 2014b). Quest'ultimo effetto può influire negativamente sulla caseificazione, creando problemi anche alla produzione dei formaggi Parmigiano e Grana, che sostengono l'eccellenza dell'agroalimentare italiano nel mercato mondiale. Se per un verso la vacca da latte è "vittima" dei CC, per un altro contribuisce alle emissioni di gas climalteranti (in base a dati IPCC/ISPRA mediamente sono circa 2600 i kg di CO2eq emessi da una vacca in un anno). Sono quindi più che evidenti le ragioni di un impegno eccezionale dei PSR finalizzato a favorire il trasferimento delle conoscenze per l'innovazione nell'allevamento bovino da latte perché possa adattarsi, contrastando efficacemente gli effetti negativi dei Cambiamenti Climatici, e allo stesso tempo contribuire alla loro mitigazione.

DALLA RICERCA ALLA TECNICA LE AZIONI DA METTERE IN CAMPO

Il trasferimento dei risultati acquisiti negli ultimi anni dalla ricerca e dalla tecnica in materia di raffrescamento, alimentazione, trattamento delle deiezioni, allerta meteo e selezione degli animali possono essere alla base dell'innovazione invocata dal Regolamento, per avere sistemi di allevamento adatti a produrre nelle condizioni ambientali determinate dai CC e in grado di ridurre le emissioni. Modelli di allerta meteo (vedi ad es: CMA.ENTECRA.it/SAC/) permettono di ottimizzare l'impiego dei sistemi di raffrescamento, con significativi effetti positivi sia sul benessere degli animali sia sul risparmio energetico, e di adeguare con sufficiente anticipo la formulazione della razione alimentare. Una migliore risposta allo stress termico può essere conseguita anche selezionando animali più tolleranti delle alte temperature, come messo in evidenza da studi di Ravagnolo et al, (2000) e Bernabucci et al., (2014a). Il trasferimento di questi risultati richiede la definizione dei fenotipi da rilevare per l'inserimento del carattere termotolleranza tra gli obiettivi di selezione. Oltre all'adattamento, la selezione può contribuire anche alla mitigazione includendo tra gli obiettivi di selezione l'efficienza della conversione alimentare. Selezionando per questo carattere si consegue il miglioramento genetico per soggetti con ridotte emissioni (Eckard et al., 2010). Per via gestionale, riduzioni delle emissioni possono essere ottenute ottimizzando la razione con interventi su quantità e qualità della fibra e dei carboidrati solubili e  mediante trattamenti delle deiezioni (Montes et al., 2014), nonché migliorando l'efficienza riproduttiva degli animali (Garnsworthy, 2004). La ottimizzazione della struttura demografica dell'allevamento, raggiunta mediante una accorta gestione della precocità degli animali, della quota di rimonta e dei cicli riproduttivi, oltre a ridurre le emissioni permette anche di economizzare importanti quantità di acqua irrigua per unità di prodotto (Nardone et Matassino, 1989).Benché molte di queste tematiche siano all'attenzione di allevatori e stakeholders, non sono pochi i casi nei quali consapevolezza e conoscenza non sono adeguate alla entità dei problemi incombenti e alle possibilità, che pure esistono, per minimizzarli se non proprio risolverli. Per questa ragione sarà producente investire in forme innovative, che le tecnologie moderne rendono possibili, di sensibilizzazione e informazione, rivolte non soltanto agli "addetti ai lavori," e di formazione degli operatori, dei tecnici e dei responsabili di settore della amministrazione pubblica. Non mancano esempi di azioni così concertate, già attive in paesi avanzati.

L'ATTENZIONE ALLE RAZZE AUTOCTONE TUTELA LA BIODIVERSITA' ANIMALE

L'attenzione all'allevamento bovino da latte non può certo fermarsi al solo sistema specializzato con impiego di razze "cosmopolite". Le oltre 20 razze bovine autoctone che sono allevate nei differenti ambienti delle regioni italiane prevalentemente per la produzione del latte rappresentano una fonte rilevante di biodiversità. Molte di queste razze forniscono latte destinato alla produzione di formaggi tipici, o addirittura monorazza, e costituiscono elemento determinante per il mantenimento di ecosistemi in aree di interesse naturalistico e paesaggistico. Allo stesso tempo queste razze sono anche "serbatoi" di possibili varianti genetiche che potranno rivelarsi utili nell'adattamento a particolari condizioni ambientali, agli stress o per la resistenza a nuove patologie favorite proprio dalle nuove condizioni climatiche. In merito, gli interventi che le Regioni attiveranno con la Misura 10 saranno fondamentali per la salvaguardia di queste razze, anche se sarà bene evitare che diventino unica fonde di sopravvivenza.Pur nella peculiarità delle condizioni ambientali, strutturali e socio-economiche delle singole Regioni esistono quindi forti motivazioni perché nell'attuazione dei PSR sia dato un significativo peso alle azioni che assicurano il migliore adattamento dei bovini da latte alle condizioni determinate dai CC nonché a quelle che, contribuendo alla mitigazione, prevengono i rischi di penalizzazione a questo tipo di allevamento fondamentale per l'agroalimentare e per l'economia del Paese. Presupposti favorevoli per azioni efficaci sono già presenti nella scelta fatta dalle Regioni nel dare opportunamente priorità alla Misura 4 del Regolamento, che prevede interventi rivolti alla sostenibilità. Con questa Misura sarà possibile sostenere investimenti rivolti all'adattamento, ad es. con mezzi di raffrescamento, ombreggiamento, tecnologie di monitoraggio del THI (Temperature Humidity Index) e anche (mediante nanotecnologie) di controllo delle condizioni fisiologiche e metaboliche di soggetti sentinella, nonché con l'impiego di automatismi per la ottimizzazione delle fasi di allevamento.La Misura 4 potrà consentire di sostenere significativamente anche la mitigazione, ad es. mediante la diffusione di impianti di biogas. Il progressivo aumento delle dimensioni medie dell'allevamento della vacca da latte (che le condizioni del post-Quote potranno ulteriormente incentivare) rappresenterà un fattore sicuramente favorevole. Il numero di allevamenti di vacche da latte con consistenza media di 300-500 capi (rimonta compresa), potenzialmente interessati al biogas, è dell'ordine di qualche migliaia. Le quantità di deiezioni liquide e solide di un allevamento di queste dimensioni possono alimentare impianti di contenuta potenza, di costo accessibile anche nella congiuntura economica del momento.Da ultimo è auspicabile che le Regioni, nel rispetto della loro autonomia, riescano ad armonizzarsi per quelle azioni che necessitano di servizi sovra-regionali.
 
Alessandro Nardone
Professore emerito di Zootecnia Generale e Miglioramento Genetico, Università degli Studi della Tuscia- Viterbo         
(Fonte: http://www.pianetapsr.it/)