Report di sostenibilità

03/06/2012

La proposta GRI tra i principi dell’ONU
 
Il Gri, Global reporting initiative, l’organizzazione che si occupa di definire lo standard internazionale di rendicontazione di sostenibilità più usato al mondo, ha presentato una “proposta di policy” che potrebbe condurre a una svolta concreta in termini di Csr. Al seguito di un processo di consultazione con gli stakeholder avviato nel 2010, il Gri ha presentato un documento che, già in sé, rappresenta una pietra miliare per l’analisi del percorso della reportistica della sostenibilità e per i principi e gli obiettivi delineati.

In estrema sintesi, il Gri ha messo sul tavolo l’ipotesi di un’adozione globale del principio “report or explain”, immaginandolo di fatto come uno strumento di moral suasion istituzionale, una sorta di obbligo “extra legem”, ma necessario a restare sul mercato. Nella proposta si suggerisce un intervento diretto dei governi per richiedere in maniera esplicita alle aziende la doppia opzione report or explain: di procedere alla redazione di un report di sostenibilità oppure, in caso contrario, di spiegare al mercato perché tale rendicontazione non è stata adottata.

Lo “zero draft” dell’Onu per la Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile di Rio+20, ossia il documento preparatorio nel quale sono state raccolte e sintetizzate le proposte di policy avanzate dall’universo degli stakeholder (realtà come il Wwf o Greenpeace, istituzioni internazionali, Stati sovrani), avrebbe di fatto introdotto al paragrafo 24 esattamente i contenuti delle posizioni del Gri. Laddove quest’ultimo «si rivolge – si legge nel documento – ai governi, agli organismi internazionali e ai principali gruppi industriali, tutti soggetti che saranno coinvolti con la Conferenza di Rio, chiedendo un impegno: quello di sviluppare un insieme di regole globali che a loro volta richiedano, a tutte le società quotate e alle maggiori società non quotate, di considerare le tematiche di sostenibilità e di integrarne le informazioni all’interno della reportistica aziendale – oppure, di spiegare perché non lo fanno».

Pietro Bertazzi, manager policy e advocacy del Gri che segue le negoziazioni a New York riferisce che «la situazione è ancora piuttosto fluida. Il concetto di reportistica di sostenibilità trova ampi punti di aggregazione ed è riconosciuto come uno strumento fondamentale per la gestione del cambiamento verso una Green Economy. Ciononostante, l’approccio di policy fatica a trovare consensi, soprattutto tra Usa e Canada e nel gruppo dei Paesi in via di sviluppo».
In questo contesto ancora nebuloso sembra quindi sia stato riscontrato un generale accordo sull’utilità dei report di sostenibilità. Occorre trovare una strada condivisa per forzarne e diffonderne l’adozione. La linea generale resta quella di non introdurre “obblighi” bensì di rimanere sul piano della volontarietà. Questo consente una flessibilità politica indispensabile per i governi. I quali, tuttavia, devono trovare la strada (magari tramite una regolamentazine di secondo livello) di affiancare alla volontarietà almeno il vincolo della spiegazione della scelta (appunto, why not).

Peraltro, si parte da situazioni assai frammentate. Ma con esempi di grande spinta in avanti: in Danimarca dal 2009 le maggiori società sono tenute per legge a includere la rendicontazione di sostenibilità nei propri bilanci; in Sudafrica, le società quotate sul listino devono adottare il King Code of Governance (King III) o spiegare perché non lo fanno (e nel codice rientra anche il bilancio integrato); in Brasile, lo scorso 4 gennaio Bovespa (la Borsa di Sao Paulo) ha ribadito la sua raccomandazione sul reporting del Csr, in più ha specificato che, in caso le società non seguano sono obbligate a spiegare le ragioni della loro scelta.

In Europa, la Commissione Europea sta svolgendo uno studio di impatto della regolazione ed è in procinto di avviare l’iter regolatorio lanciando una proposta sulla reportistica di sostenibilità. Se approvata, sarà applicabile a tutti i Paesi membri. Per il momento, sull’onda del prestigio di rappresentare l’economia della conoscenza, Bruxelles è tra i più forti sostenitori della proposta di report or explain nelle negoziazioni di Rio.(Fonte: Eticanews.it)