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Imballaggi: dalla UE nuove norme antispreco, più riutilizzo e riciclaggio

Ogni europeo produce quasi 180 kg di scarti di imballaggio l'anno e senza interventi concreti, il trend è in crescita del 19% entro il 2030

Imballaggi: dalla UE nuove norme antispreco, più riutilizzo e riciclaggio

Imballaggi: dalla UE nuove norme antispreco, più riutilizzo e riciclaggio Prevenire i rifiuti di imballaggio, promuovere il riutilizzo e la ricarica e rendere riciclabili tutti gli imballi entro il 2030.

Sono questi gli obiettivi previsti dalle nuove norme europee.
Il packaging ha un ruolo fondamentale nel proteggere e trasportare le merci ma rappresenta anche un motivo di preoccupazione per l’ambiente. Si tratta dei concetti base su cui è fondata la nuova proposta di Regolamento, presentata il 30 novembre scorso dalla Commissione Europea, seguita da un comunicato stampa a titolo “Green Deal europeo: mettere fine allo spreco di imballaggi, promuovere il riutilizzo e il riciclaggio”.

Siamo di fronte a un settore che si pone tra i principali utilizzatori di materia prima vergine (il 40% della plastica e il 50% della carta utilizzata nell’UE è destinata alle confezioni) e genera al contempo una quantità ingente di rifiuti, pari al 36% dei rifiuti solidi urbani.

In media, ogni europeo produce quasi 180 kg di scarti di imballaggio l’anno e il trend, secondo le stime, è in crescita.

In assenza di interventi concreti, l’UE registrerebbe un aumento dei rifiuti di packaging del 19% entro il 2030, e per quelli in plastica addirittura del 46%.

Gli imballaggi sono aumentati negli ultimi anni più rapidamente del reddito nazionale lordo, portando a un aumento vertiginoso delle emissioni di CO2 e di altro tipo, allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, alla perdita di biodiversità e in generale all’inquinamento. Inoltre, a discapito del tanto acclamato riciclaggio come valida soluzione al problema, la Commissione ha rilevato come dal 2012 al 2020, la quota di confezioni non riciclabili sia cresciuta in modo significativo.

Da ultimo, anche quando si tratta di prodotti effettivamente riciclabili, spesso non vengono riciclati perché i processi necessari per la raccolta, lo smistamento e il riciclaggio non sono disponibili nella pratica o non sono economicamente convenienti, oppure la produzione non è di qualità sufficiente a soddisfare la domanda nei mercati finali di materie prime secondarie.

È in questo scenario che si collocano le nuove norme della Commissione Europea, studiate per contrastare tali tendenze.

Sul fronte dei consumatori, le norme garantiranno opzioni di packaging riutilizzabili, l’eliminazione di quelli superflui e del sovra-imballaggio, e la fornitura di etichette chiare per favorire il corretto riciclo. 

Per l’industria si creeranno nuove opportunità di business, soprattutto per le aziende più piccole. Diminuirà il fabbisogno di materiali vergini, aumenterà la capacità di riciclo dell’Europa e in questo modo il nostro continente sarà meno dipendente dalle materie prime e dalle forniture extra europee. Per di più le norme condurranno il settore sulla strada della neutralità climatica entro il 2050.

Sono tre gli obiettivi principali individuati dalla proposta di revisione della legislazione UE:

  • in primis, prevenire la produzione di rifiuti, riducendo la quantità di imballaggi monouso, limitando quelli non necessari e promuovendo opzioni riutilizzabili e ricaricabili.
  • Poi bisogna promuovere il riciclaggio di alta qualità (“ciclo chiuso”), al fine di rendere tutte le confezioni presenti sul mercato europeo riciclabili in modo economicamente vantaggioso entro il 2030.
  • Infine, ridurre la necessità di risorse naturali primarie e creare un mercato ben funzionante per le materie prime seconde, aumentando l’uso di plastica riciclata nel packaging, anche alimentari.
Per favorire il riutilizzo o la ricarica degli imballaggi, che negli ultimi 20 anni è diminuito drasticamente, le aziende dovranno offrire ai consumatori una certa quota di prodotti in packaging riutilizzabile o ricaricabile per le bevande e i pasti da asporto, per le consegne del commercio elettronico…

Ci sarà anche una standardizzazione dei formati e un’etichettatura chiara delle confezioni riutilizzabili. Saranno vietate alcune confezioni monouso per alimenti e bevande consumati all’interno di ristoranti e bar, quelli monouso per frutta e verdura, i flaconcini di detergenti di piccole dimensioni e altri monoporzione presenti negli alberghi.

Questi obiettivi sono proposti per i settori più importanti. Entro il 2030 e il 2040, rispettivamente il 20% e l’80% delle bevande fredde e calde dovrà essere venduto in contenitori che fanno parte di un sistema di riutilizzo, oppure i consumatori dovranno poter riempire i loro contenitori. I venditori di birra al dettaglio, per esempio, dovrebbero utilizzare contenitori ricaricabili per il 10% dei loro prodotti entro il 2030 e per il 20% entro il 2040. Gli obiettivi per il cibo da asporto dei ristoranti sarebbero il 10% per il 2030 e il 40% per il 2040. Entro il 2030, il 10% degli imballaggi usati per il trasporto nell’e-commerce dovrà essere riutilizzabile, percentuale che salirà al 50% entro il 2040.
Inoltre per alcune tipologie di imballaggio vengono imposte limitazioni allo “spazio vuoto” della confezione anche se riempito con ritagli di carta, cuscini d’aria, pluriball, polistirolo o trucioli.

Molte misure mirano a rendere gli imballaggi completamente riciclabili entro il 2030. Ciò include la definizione di criteri di progettazione; la creazione di sistemi di deposito cauzionale obbligatori per le bottiglie di plastica e le lattine di alluminio; e la precisazione di quali tipologie, molto limitate, debbano essere compostabili, in modo tale che i consumatori possano gettarli con i rifiuti organici.

Saranno previste percentuali di contenuto riciclato che i produttori dovranno includere nelle nuove confezioni in plastica. Ciò contribuirà a trasformare la plastica riciclata in una preziosa materia prima, come già dimostrato dall’esempio delle bottiglie in PET nel contesto della Direttiva sulle plastiche monouso.

Le previsioni della proposta sull’etichettatura elimineranno la confusione su come smaltire gli imballi. Ogni imballaggio sarà dotato di un’etichetta che indicherà di cosa è fatto e in quale flusso di rifiuti deve andare. I contenitori per la raccolta avranno le stesse etichette e gli stessi simboli saranno utilizzati ovunque nell’UE.

Entro il 2030, le misure proposte ridurranno le emissioni di gas a effetto serra dovute al settore a 43 milioni di tonnellate, rispetto ai 66 milioni di tonnellate che si avrebbero se la legislazione non venisse modificata. L’utilizzo di acqua verrebbe ridotto di 1,1 milioni di metri cubi. I costi dovuti a danni ambientali per l’economia e la società si ridurrebbero di 6,4 miliardi di euro rispetto al 2030.

L’industria degli imballaggi monouso sarà costretta ad investire nella transizione, ma l’impatto economico complessivo e la creazione di posti di lavoro nell’UE saranno positivi. Si prevede che il solo incremento del riuso porterà a più di 600.000 posti di lavoro nel settore del riutilizzo entro il 2030, molti dei quali in piccole e medie imprese locali.

La Commissione ha infine cercato di fare chiarezza anche sulle plastiche biobased, compostabili e biodegradabili, in costante aumento sul mercato, stabilendo per quali applicazioni tali plastiche sono veramente vantaggiose per l’ambiente e come dovrebbero essere progettate, smaltite e riciclate.
Diverse evidenze scientifiche hanno dimostrato l’esistenza di condizioni specifiche da soddisfare per garantire che la produzione e l’uso di queste materie plastiche portino a risultati ambientali positivi e non aggravino i problemi d’inquinamento già esistenti.
La biomassa utilizzata per produrre plastiche biobased deve essere di provenienza sostenibile, senza danni per l’ambiente e nel rispetto del principio “dell’uso a cascata di biomassa”. I produttori dovrebbero privilegiare come materia prima l’uso di rifiuti organici e sottoprodotti.

Inoltre, per combattere il “greenwashing” e non confondere i consumatori, i produttori devono evitare indicazioni generiche sui prodotti. Quando comunicano il contenuto biobased, devono fare riferimento alla quota esatta e misurabile di bioplastica nel prodotto (ad esempio: “il prodotto contiene il 50% di plastica biobased“).

Le plastiche biodegradabili devono essere utilizzate con cautela. Hanno il loro posto in un futuro sostenibile, ma devono essere indirizzate verso applicazioni specifiche in cui i loro benefici ambientali e il valore per l’economia circolare sono comprovati. Le plastiche biodegradabili non devono in alcun modo fornire una licenza all’abbandono di rifiuti e l’etichetta sui prodotti compostabili deve indicare quanto tempo impiegheranno a biodegradarsi, in quali circostanze e in quale ambiente. Misura interessante anche quella riguardante gli articoli monouso che vengono facilmente dispersi nell’ambiente come quelli soggetti alle misure della direttiva Single-use plastics: non potranno essere etichettati come biodegradabili.

Le plastiche compostabili che necessitano di impianti di compostaggio industriali per essere trattate dovrebbero essere impiegate solo quando presentano vantaggi ambientali, quando non influiscono negativamente sulla qualità del compost e quando esiste un adeguato sistema di raccolta e trattamento dei rifiuti organici. Gli imballaggi compostabili in impianti industriali saranno consentiti solamente per prodotti come bustine di tè, cialde, filtri e capsule per caffè, adesivi per frutta e verdura e sacchetti di plastica molto leggeri. I prodotti devono sempre riportare la specifica certificazione per il compostaggio industriale, in linea con gli standard dell’UE. La proposta sugli imballaggi e i rifiuti derivati sarà ora esaminata dal Parlamento europeo e dal Consiglio nell’ambito della procedura legislativa ordinaria. (Fonte: Luca Foltran, https://ilfattoalimentare.it/)

 

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