Un manifesto per la cooperazione italiana

08/06/2018


È legittimo chiedersi in periodi di forte cambiamento ed incertezza come attrezzarsi per superare le difficoltà ed emergerne più forti di prima.
È legittimo chiedersi, tutti insieme, come proteggere il tanto che è stato fatto e risolutamente procedere lungo la rotta del tanto che c’è da fare. L’Agenzia e la cooperazione italiana sono in mezzo al guado - sempre la condizione più difficile - e occorre scegliere tra chi vuole andare avanti e chi per paura, comodità o interesse spera di tornare indietro.

Abbiamo ereditato migliaia di progetti in tutto il mondo, portati avanti senza interruzioni, iniziato a lavorare a una programmazione per priorità, contraria alla polverizzazione in piccole iniziative e coerente con il “managing for results”. Sono state incrementate le risorse affidate alla società civile e ridisegnata, ampliandola, la platea di associazioni, fondazioni, imprese sociali che possono entrare a far parte del Sistema italiano di cooperazione, si è investito sulla trasparenza nella convinzione di poter risalire posizioni nell’”International Transparency index” che fino ad oggi relegava l’Italia agli ultimi posti.
Ci portiamo dietro dall’inizio alcuni limiti strutturali (personale insufficiente, sistemi gestionali informatici inadeguati, meccanismi Statutari troppo barocchi, autonomia e ruolo del Viceministro da rivedere, procedure obsolete) eppure in due anni di vita abbiamo gestito un budget di oltre un miliardo di euro di iniziative, erogando percentuali record con una struttura disegnata per curarne la metà.

Non solo: siamo riusciti ad accreditarci in Europa per la gestione diretta di fondi di cooperazione delegata , abbiamo ottenuto 5 milioni di risorse europee per costruire un supersistema informatico che produrrà il massimo della trasparenza, l’azzeramento dei bandi cartacei, la partecipazione interattiva deglistakeholder, il controllo centralizzato di tutti i flussi finanziari, la produzione di dati e report indispensabili per una programmazione seria degli interventi.
La rotta è tracciata: occorre la continuità della visione e l’ordinarietà del coraggio, la determinazione nel cambiamento e la conoscenza di una macchina complicata in un mondo che deve affrontare sfide epocali. Possiamo dire la nostra. Ogni scarto dal cammino, ogni ritardo, ogni scelta comoda sarebbe un danno allacooperazione e all’Italia.

Potenziare l’impatto, aumentare l’inclusione, innovare il pensiero
Davanti abbiamo ancora un lungo cammino da compiere. Occorre dare al nuovo Direttore l’orizzonte pieno del suo mandato quadriennale per portare a compimento il consolidamento strutturale e la proiezione strategica dell’Agenzia. Al centro di questo progetto occorre mettere la qualità dei programmi per potenziarne l’impatto, rafforzare le forme di partecipazione, migliorare la capacità di pensiero strategico.

Qualità delle iniziative
Dovremmo accrescere la dimensione media e ridurre il numero dei programmi, ma soprattutto identificarli sulla base di valutazioni dei bisogni puntuali poi disegnandoli in funzione del cambiamento reale che vogliamo provocare e vedere. Una raccolta dei dati scientifica, l'uso di indicatori oggettivamente verificabili e adottati a livello internazionale e un format standardizzato di qualità per la scrittura dei programmi, ci permetterà non solo di migliorare la performance nella gestione, ma anche di applicare le più moderne tecniche di valutazione di impatto.
Si tratta di strumenti essenziali per evitare sprechi e rendere conto trasparentemente agli stakeholder, ai partner, ai cittadini dei risultati ottenuti con i fondi per lo sviluppo.
Sarà indispensabile investire sugli uomini e le donne della cooperazione: nella formazione e selezione del personale; per potenziare le sedi, in modo da rafforzare la gestione delle iniziative; per costruire un percorso di crescita professionale ad una nuova generazione di “esperti di cooperazione e manager dello sviluppo”, preparati in economia dello svilupporelazioni internazionaligestione delle risorse che offrirà ai nostri giovani talenti l’opportunità di entrare in una carriera gratificante e secondo gli standard internazionali.
Avremo così la possibilità di rafforzare la nostra cooperazione bilaterale, riducendo il ricorso al canale multilaterale, negoziando interventi earmarked con le Agenzie internazionali e verificandone la performance, l’efficacia e l’efficienza.

Qualità dell’organizzazione e inclusione degli stakeholder
La struttura va ancora completata, consolidata e valorizzata. Una nuova architettura organizzativa dovrà ridisegnare gli uffici secondo una chiara visione: funzione di riflessione strategica dei dipartimenti tematici, raccolti attorno alle quattro aree dell’Agenda 2030 (People, Prosperity, Peace, Partnership), riorganizzazione dell’Area Tecnica e delle Operazioni sulla base dei differenti canali di implementazione (Gestione diretta bilaterale e multibi delle sedi, Multilaterale, Emergenza, soggetti del no profit, Università ed Enti di Ricerca, Enti locali e Profit), deconcentrazione progressiva della gestione dei progetti alle sedi, definizione di una pianta organica e d risorse strumentali per ciascuna sede proporzionate alle iniziative in carico. Completato l’organico si dovrà valutare un ampliamento della dotazione di personale anche alla luce del nuovo sforzo nella gestione indiretta dei fondi europei (“cooperazione delegata”), fonte di prestigio e di risorse aggiuntive, potenzialmente rilevanti, da utilizzare per gli interventi ma anche utili al funzionamento della struttura e alla valorizzazione delle risorse umane.
Il “dialogo strutturato per lo sviluppo” con le Organizzazioni della società civile e il mondo della ricerca deve diventare un pilastro dell’azione: attraverso il confronto strategico sui temi, le modalità e i settori di intervento all’interno dei Gruppi del Consiglio Nazionale e perfino pensando a un Advisory board dell’Agenzia che elevi la capacità di riflessione operativa e ci allinei alle best practices europee.

Occorrerà studiare collaborazioni innovative, giuridicamente e istituzionalmente, con le OSC che superino l’idea del progetto e si muovano verso programmi e convenzioni multiannuali insieme migliorando trasparenza, controllo e valutazione delle azioni.
Da definire entro il prossimo anno anche modalità regolamentate e standardizzate per il matching di fondi con fondazioni bancarie e enti filantropici privati e dal 2020 forme di “fund raising” ulteriori rispetto alle risorse pubbliche nazionali (ad es. accesso a progettazione europea o accreditamento a Fondi internazionali come il Green Climate Fund, già in corso)
Sarebbe una straordinaria novità quella di proporre, per via legislativa, l’esclusione degli investimenti in cooperazione dal Patto di stabilità per i Comuni e le Regioni, una riforma che libererebbe risorse rilevantissime e darebbe una nuova prospettiva alla cooperazione territoriale.
Come Paese e come cooperazione italiana, se non vogliamo restare indietro rispetto alla strada intrapresa dalla Commissione europea e dai nostri partner in tema di rapporto con il settore privato, occorre riattivare una profonda riflessione che superi pregiudizi e vecchi schemi e affronti con nuovi strumenti aree di intervento quali l’accesso all’energia, le tecnologie per lo sviluppo, la sfida dell’industrializzazione sostenibile in Africa, il gap infrastrutturale mondiale, segnando i confini di un rapporto che, senza diventare internazionalizzazione e coinvolgendo la società civile, promuova il modello del business inclusivo, porti sviluppo sociale e sostenibilità ambientale.

Qualità del pensiero
L’ambizione della cooperazione italiana è quella segnata dalla legge e dalla nostra storia: qualificare la politica estera italiana con l’impegno per lo sviluppo, la difesa della pace, la tutela dell’ambiente, la promozione dei diritti. Insieme possiamo aspirare a fornire un “modello italiano” di cooperazione, fondato sul rapporto reale con le comunità e il lavoro sul campo, un approccio da creatori di sviluppo più che da pianificatori. Attenzione alla qualità e alla diversificazione dei sistemi alimentari più che alla lorostandardizzazione, attenzione alla gestione sostenibile delle migrazioni, interesse a promuovere il ruolo della cultura per la stabilizzazione, il rafforzamento delle comunità e lo sviluppo delle nuove industrie creative, la cura in ogni nostro intervento verso i più vulnerabili (ad iniziare dai bambini e dalle donne), l’esperienza di uno sviluppo del territorio più equilibrato fondato su una urbanizzazione a misura d’uomo e in rapporto sano con l’hinterland, lontano da quello delle megalopoli, il know-how sociale delle nostre cooperative, dei nostri sindacati, delle nostre piccole e medie aziende.
Dobbiamo imparare a spiegare, dare una forma, promuovere e andare orgogliosi di questo modello, passare dalle frasi ai numeri, tradurlo in scelte operative, di budget, di priorità, coinvolgendo l’intero Sistema di cooperazione in questo processo, ad iniziare dalla società civile, perché si possa avere una voce importante nella battaglia culturale per una mondializzazione che cambi rotta, non aumenti le paure, non crei perdenti, torni a dare speranze. (Fonte: Emilio Ciarlo, http://www.vita.it)