Investimenti con un impatto sociale misurabile

11/04/2017

Si è tradizionalmente spinti a pensare che un investimento fruttuoso sia quello che, a fronte di un impegno più o meno limitato, porti un notevole profitto. La domanda da porsi, però, è: chi beneficia di questo profitto? Finora siamo stati abituati a concepire che è sempre e solo l’investitore a dover raccogliere i frutti delle risorse che ha impegnato. Eppure da più parti, negli scorsi anni, vedo il fiorire di un nuovo tipo di atteggiamento che mette il focus sugli investimenti che abbiano un beneficio diffuso, quelli cioè con impatto sociale misurabile e concreto.

Lo stesso forum economico di Davos, lo scorso gennaio, aveva un titolo eloquente: Responsive and Responsible Leadership. Anche se queste occasioni sono spesso foriere di promesse più che di atti concreti, è interessante notare che al centro dell’agenda oggi ci sia sempre più responsabilità sociale d’impresa (CSR) con l’obiettivo di creare valore condiviso con e per gli stakeholder legati direttamente e indirettamente al business dell’impresa.

Si sta diffondendo sempre più, cioè, una concezione responsabile del far impresa, secondo cui la bontà degli investimenti e delle azioni economiche non si misura su valori esclusivamente finanziari ma anche sull’impatto che questi stessi investimenti possono avere sull’ambiente, sulla società e sulle persone.

Questa tendenza sembra essere particolarmente in crescita in Italia, che su questo fronte sta mostrando un impegno quasi sorprendente. Nel 2016 l’Osservatorio Socialis di Roma ha pubblicato un rapporto sull’impegno in CSR delle aziende italiane: l’80% di quelle che superano i 100 dipendenti dichiara di impegnarsi in attività di responsabilità sociale, con un aumento del 7% rispetto al 2015 e un investimento globale in questo ambito che si aggira attorno a 1,12 miliardi. Tutti numeri che sono destinati a salire se non altro perché dal 1° gennaio 2017 le imprese con più di 500 dipendente saranno tenute per legge a pubblicare le informazioni relative a ambiente, politiche sociali, diritti umani, politiche di genere e anti-corruzione.

L’Italia si dimostra particolarmente attenta a temi come la tutela dell’ambiente, il miglioramento del clima interno e il welfare aziendale. Di questo dobbiamo andare orgogliosi anche perché il trend ormai è globale. Nascono in tutto il mondo, ad esempio, sistemi di certificazione come il B Lab, un’organizzazione no-profit che certifica se un’azienda sta producendo benefici non solo per i propri azionisti o proprietari, ma anche per i dipendenti, la comunità locale e l’ambiente: attualmente sono più di 1700 le compagnie classificate come B Corporations (da “benefit”), sparse in 50 Paesi al mondo. L’Italia è il primo Paese, dopo gli USA, ad aver riconosciuto a norma di legge la legal entity azienda Benefit.

Non ci sono più scuse, dunque: oggi abbiamo a disposizione abbastanza informazioni sul mondo che ci circonda e sulle aziende con cui ci relazioniamo per poter scegliere in modo sempre critico e attento alla sostenibilità. Senza considerare il fatto che sono le generazioni future a indicarci la strada e a invitarci a precederle: si calcola che nel 2020 le persone che oggi hanno fra i 18 e i 34 anni (i cosiddetti millennials) saranno un terzo della popolazione Usa, ma così analogamente in tutto il mondo. Sono proprio questi giovani a essere i più sensibili alle tematiche sostenibili: cerchiamo tutti dunque di lasciare loro un’economia già pronta a questo tipo di mentalità.

Ma come fare per investire in modo coscienzioso? È ovvio che le buone azioni richiedano un po’ più di impegno rispetto a soluzioni più comode ma anche più menefreghiste. Tuttavia quando quella della responsabilità diviene una cultura d’impresa oltre che un modo di vivere è possibile fare attenzione a tutti quei dettagli che ci mettono sulla buona strada. Si posso quindi scegliere gli investimenti:

– Escludendo dal nostro universo investibile quelle aziende o quei settori che sono palesemente in contrasto con un’ideologia sostenibile (il tabacco, i combustibili fossili, le armi ecc.);
Selezionando solo i progetti che possono vantare certificazioni o adesioni rispetto a standard e norme internazionali e universalmente riconosciute;
– Concentrandosi su quei settori che già di per sé sono connessi alla sostenibilità e a uno sviluppo etico (energie rinnovabili, progetti di educazione ecc.);
– Collaborando solo con i migliori, con le realtà cioè che hanno dimostrato negli anni e di fronte alle sfide del mercato di essersi comportate in modo responsabile e proficuo per le comunità in cui erano inserite.

(Fonte: http://www.centodieci.it)