Lo stato della green economy in Italia e nel mondo

27/11/2018



Novembre 2018

L’Italia nel 2017 è prima fra i grandi Paesi europei in economia circolare, agricoltura biologica e eco-innovazione, ma ha ancora molto da fare sul consumo del suolo, la tutela della biodiversità e la decarbonizzazione. Dal Consiglio Nazionale della Green Economy arrivano sette priorità programmatiche per rilanciare l’economia italiana. 

Presentazione

Lo stato della transizione alla green economy in Italia e nel mondo viene analizzato nella tradizionale “Relazione sullo stato della green economy 2018” presentata a novembre nella giornata inaugurale degli Stati generali della green economy ad Ecomondo. La dimensione mondiale della green economy è stata al centro della giornata conclusiva degli Stati Generali, con un confronto tra attori internazionali, istituzioni e industria sul tema: “Il ruolo delle imprese nella transizione alla green economy: i trend mondiali”.
“L’Italia non è all’anno zero in green economy” ha sottolineato Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. “Investire in green economy significa fare economia circolare e l’economia circolare deve sostituire l’economia lineare perché le risorse non sono illimitate. I vantaggi economici di questi investimenti green sono molteplici” secondo Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile. “Il primo riguarda i costi evitati dell’inquinamento e di altri impatti ambientali; il secondo la capacità di queste scelte green di attivare, con investimenti pubblici, effetti moltiplicatori anche di quelli privati; il terzo vantaggio sta nella capacità di utilizzare e promuovere innovazione, diffusione di buone pratiche e buone tecniche”.
Nel seguito vengono riassunti i risultati dell’analisi internazionale sullo stato della green economy che la Relazione affronta dando priorità al grave ed incombente problema dei cambiamenti climatici e a quello strettamente connesso dell’avanzamento della produzione di energia da fonti rinnovabili. Nell’edizione 2018 particolare attenzione viene poi riservata ai problemi occupazionali: formazione di nuovi green job e perdite di posti di lavoro nella trasformazione. Più approfondita è l’analisi dell’evoluzione green dell’economia italiana articolata nella Relazione per settori con una elaborazione aggiornata degli indicatori principali.
Concludiamo questa nota esponendo le proposte di policy elaborate dal Consiglio nazionale della green economy e fatte proprie dagli Stati generali con una dichiarata destinazione al nuovo governo ed alle forze politiche del nuovo Parlamento.

I trend mondiali

La priorità ambientale internazionale per la green economy è il clima che non sta seguendo una traiettoria positiva. Nel 2017 a livello globale si è verificato un aumento inatteso delle emissioni di carbonio dalla combustione di fossili per fini energetici dell’1,5%, non promette bene neanche il 2018 e agli attuali ritmi diventa sempre più difficile realizzare l’Accordo di Parigi. Eppure le cause dei cambiamenti climatici sono evidenti: la biodiversità si riduce, aumentano gli eventi estremi e i migranti climatici nel solo 2016 hanno rappresentato ben il 76% dei 31 milioni di sfollati.
 

Notizie preoccupanti arrivano soprattutto dalla Cina dove, nonostante gli ambiziosi programmi sulle rinnovabili, che si prevede che debbano arrivare a 200GW di solare per il 2020, si continua a bruciare carbone, tanto che nel 2017 le emissioni di carbonio sono aumentate del 3,5% e nel primo trimestre 2018 sono salite del 4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questi trend negativi internazionali, che fanno seguito ad un periodo di contenimento stabile e promettente delle emissioni, sottolineano ulteriormente la necessità di dotare gli obiettivi climatici ed ambientali di un patrimonio crescente di investimenti, sviluppo tecnologico ed innovazione.  Accanto all’aumento delle emissioni di carbonio si registra anche un dato positivo: nonostante le difficoltà, lo scetticismo di taluni governi e la forza frenante degli interessi industriali brown, le energie rinnovabili sono globalmente in aumento.
“È evidente oggigiorno che il rapporto tra imprese e ambiente sta cambiando” – ha sottolineato Davide Crippa, Sottosegretario, ministero dello Sviluppo economico agli Stati generali– “Nei loro modelli di business, le imprese stanno sempre più inserendo la tematica ambientale, non a caso in Italia le aziende green rappresentano il 27% del totale, percentuale che sale al 33,8% nell’ambito dell’industria manifatturiera”.
 

fonte: ren21 2018

Il finanziamento della transizione alla green economy
Le prime grandi opportunità nel finanziamento internazionale si sono create proprio nel campo delle energie rinnovabili: i nuovi flussi di investimento, sia nazionali che internazionali, sono più che quadruplicati dal 2005.
 

fonte: ren21 2018
Nel 2015, la maggior parte dei fondi sono stati investiti in progetti legati all’eolico (38%) e al solare (56%). Globalmente, gli investimenti su base annua nella generazione di energia da fonti rinnovabili hanno superato gli investimenti nei combustibili fossili, principalmente grazie al rapido calo dei costi delle tecnologie. Nel 2017 il dato globale per i nuovi investimenti è di 280 miliardi di dollari.
Sono inoltre emerse nuove opportunità per finanziare progetti legati alla green economy, come ad esempio l’aumento del numero di istituti finanziari che stanno emettendo obbligazioni green. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (United Nations Environment Programme - Unep) ha dato vita nel 2014 a un progetto internazionale denominato Inquiry attraverso il quale sostenere gli sforzi nazionali e internazionali indirizzati a spostare gli ingenti investimenti necessari a promuovere una green economy inclusiva. Un’altra misura, funzionale in tal senso, è stata l’iniziativa del “Fossil fuels divestment” e cioè un’azione volta a scoraggiare gli investimenti verso il settore delle energie fossili e a favore di un altro più efficiente ed efficace: quello delle fonti rinnovabili. Per il 2017 si parla di 800 soggetti istituzionali e privati che hanno disinvestito dai fossili 6mila miliardi di dollari.

La green economy e l’occupazione
L’Unep afferma che la green economy è un generatore netto di posti di lavoro di qualità (decent), salari adeguati, condizioni di lavoro sicure, stabilità del posto di lavoro, ragionevoli prospettive di carriera e diritti per i lavoratori.
 

fonte: Irena 2018
Secondo uno studio americano le energie rinnovabili e i settori a basse emissioni di carbonio generano più posti di lavoro per unità di energia prodotta rispetto al settore dei combustibili fossili, ma quello che colpisce di più dell’analisi è la grande variazione nell’efficienza della creazione di posti di lavoro a parità di investimenti. Nel 2017, il solare fotovoltaico ha segnato un anno record con l’occupazione aumentata dell’8,7% e concentrata in un piccolo numero di Paesi. L’industria eolica impiega 1,1 milioni di persone a livello globale, nei biocarburanti l’occupazione è stimata in 1,93 milioni con un aumento del 12%.
È chiaro che questi cambiamenti globali implicano differenze settoriali e regionali a maggior ragione nel momento in cui la realizzazione di nuovi posti di lavoro in un settore come quello delle rinnovabili comporterà una perdita di occupazione nei fossili. Si stima infatti che la creazione netta di 18 milioni di posti di lavoro prevista al 2030 è il risultato di circa 24 milioni creati e di circa 6 milioni perduti.

I trend nazionali

L’Italia della green economy è un’eccellenza in fatto di economia circolare ma va molto male per il consumo di suolo.
La Relazione sulla green economy 2018 fornisce un aggiornamento sull’andamento dei settori strategici delle green economy in Italia registrando eccellenze e cadute. L’Italia nel 2017 è prima fra i grandi Paesi europei in economia circolare, agricoltura biologica ed anche eco-innovazione, ma ha ancora molto da fare sul consumo del suolo, la tutela della biodiversità e la decarbonizzazione.
L’occupazione è uno dei target principali della green economy. In Italia i settori a più alto coefficiente occupazionale, considerando gli ultimi cinque anni, sono le fonti rinnovabili con il 32% del totale degli occupati (circa 702mila posti di lavoro diretti e indiretti), seguiti dall’agricoltura biologica e di qualità con il 18% del totale degli occupati (circa 393mila posti di lavoro, in questo caso solo diretti), dalla rigenerazione urbana con il 12% (circa 255mila posti di lavoro), dall’efficientamento degli edifici con il 9% (oltre 197mila occupati); dalla riqualificazione del sistema idrico con l’8%  (circa 178mila posti di lavoro), dalla bonifica dei siti contaminati con il 5% (circa 117mila posti di lavoro).
Completano il quadro, il settore rifiuti incentrato sul passaggio dall’economia lineare a quella circolare con il 5% degli occupati, la mobilità sostenibile e l’eco-innovazione entrambe con il 2% di posti di lavoro e infine la prevenzione del rischio idrogeologico con lo 0,7% degli occupati.
Secondo stime preliminari, nel 2017 le emissioni di gas serra in Italia potrebbero essere nuovamente cresciute, anche se di poco: in ogni caso negli ultimi quattro anni, con una modesta ripresa economica, il processo di decarbonizzazione nazionale, come anche nel resto d’Europa, sembra essersi fermato.
Nell’ultimo triennio, in concomitanza di una modesta ripresa economica, i consumi di energia sono tornati a crescere, passando da 166 Mtep a oltre 170 Mtep tra il 2014 e il 2017, segnalando una difficolta delle politiche di efficienza energetica. Nel 2017 le fonti rinnovabili soddisfano il 17,7% del fabbisogno di energia. Dopo un periodo di crescita sostenuta tra il 2005 e il 2013, nell’ultimo quinquennio il progresso nelle rinnovabili è stato più moderato, anche se i dati del primo semestre del 2018, particolarmente piovoso, indicano che la produzione idroelettrica è tornata a crescere.
I risparmi energetici conseguiti dagli interventi di efficienza energetica, attivati dalle detrazioni fiscali relativi al periodo 2007- 2016, sono pari a 430 ktep/anno; gli investimenti attivati nel triennio ammontano a circa 9,5 miliardi di euro e l’ammontare complessivo di investimenti attivati nel 2016 è stato pari a oltre 3,3 miliardi, 7% in più rispetto al 2015.
Per la risorsa acqua va segnalata in Italia la situazione delle perdite delle reti idriche che, per i 116 capoluoghi di Provincia analizzati, è ancora molto critica, con una media del 38,2% di acqua immessa in rete che non arriva all’utenza.

Per tasso di circolarità, l’Italia, con il 18,5%, è prima fra i cinque principali Paesi europei e ha una buona produttività delle risorse materiali, misurata in euro di Pil per kg di risorse consumate, nell’ambito della quale è al secondo posto fra i cinque principali Paesi europei. Nel 2016 sono stati riciclati in Italia 13,55 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari al 45% e questo permette all’Italia di posizionarsi al secondo posto in Europa dietro alla Germania, risalendo di una posizione rispetto al 2014, con un’ottima performance (67%) in particolare nel settore dei rifiuti d’imballaggio. Anche nel riciclo dei rifiuti speciali siamo fra i leader in Europa: nel 2016 sono state riciclate in Italia circa 91,8 Mt di rifiuti speciali, pari al 65% di quelli prodotti.
Dall’analisi condotta a livello provinciale si vede come delle 32 province con livelli di raccolta differenziata al di sopra del target del 65%, 25 sono localizzate nel Nord Italia, solo due al Centro e cinque nel Sud. I maggiori livelli di raccolta differenziata si rilevano a Treviso (oltre l’87%), Belluno e Pordenone (circa 84%), Tortoli e Mantova (83%).
Per quanto riguarda l’eco-innovazione, secondo l’indicatore Eco-IS (Eco-Innovation Scoreboard) l’Italia con un punteggio di 113 si posiziona al di sopra della media Ue28 di 100, al pari con l’Austria, ma dopo Svezia, Finlandia, Germania e Danimarca.
 
 


L’agricoltura biologica nel 2017 ha raggiunto 1,8 milioni di ettari, più 20% rispetto al 2016.  Dopo la Spagna, l’Italia è il Paese europeo con la più ampia superficie di agricoltura biologica, davanti alla Francia e alla Germania, e aumentano anche le produzioni agricole di qualità certificata che, a fine 2016, hanno raggiunto il valore di 15 miliardi.
Il consumo di suolo nel 2017 ha continuato ad aumentare al ritmo di 15 ettari al giorno: l’Italia resta fra i Paesi europei con la più alta percentuale di consumo di suolo. Il consumo di suolo, con copertura artificiale e impermeabilizzazione continua a crescere. I primi 55 comuni meno virtuosi si trovano in Lombardia e Campania (prevalentemente nelle province di Napoli e Milano) con percentuali di suolo consumato maggiori del 55% rispetto alla superficie comunale. I valori più alti di superficie consumata si riscontrano a Roma (31.697 ettari), con una crescita di ulteriori 36 ettari nel 2017 (lo 0,11% in più) e in molti comuni capoluogo di provincia: Milano (10.439 ettari, 19 in più nel 2017), Torino (8.546, solo 0,2 in più), Napoli (7.423 con lo 6,6% in più), Venezia (7.216 con il 37,4% in più). In termini assoluti, il 71% del maggiore consumo di suolo tra il 2016 e il 2017 è avvenuto nei comuni minori con una popolazione inferiore ai 20mila abitanti.

Pur con alcune importanti eccezioni, il verde pubblico nelle città presenta generalmente valori bassi: intorno al 5%, in ben 96 dei 119 Comuni capoluogo di provincia. Tra il 2011 e il 2016 lo scenario risulta essere nel complesso negativo, con una diminuzione delle aree a verde pubblico.
Nel 2015 in Italia dei 166 miliardi di euro di investimenti in abitazioni, 119 miliardi (pari al 73,1%) sono relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio esistente, mentre le nuove costruzioni sono pari solo al 26% della produzione. L’attività di manutenzione straordinaria è passata dai 77,4 miliardi di euro del 2007 agli 85,7 del 2016, ed è grande due volte il mercato delle nuove costruzioni. In diverse città italiane è ancora rilevante la piaga dell’abusivismo edilizio, aumentato dall’11,9% nel 2005 al 19,4% nel 2017. In particolare nel Sud e nelle Isole resta molto alto: nel 2017, ha raggiunto il valore di circa il 50% (ogni due abitazioni legali se ne costruisce una abusiva) a fronte del 5,5% nel Nord-Est del Paese.

Nonostante un patrimonio naturale tra i più importanti al mondo, la spesa per la protezione della biodiversità e del paesaggio in Italia è molto bassa ed è diminuita da 689 milioni di euro nel 2010 a 525 nel 2017.
L’Italia e il Paese europeo dove circola la quota maggiore di mezzi con alimentazione diversa rispetto ai carburanti tradizionali (benzina e diesel) sul totale dei veicoli: il 12,7%, maggiore di quasi nove punti percentuali rispetto alla Germania. Il dato italiano è sostenuto dalla diffusione della flotta a gas (Gpl/metano), che con 3,16 milioni di veicoli tra auto, veicoli commerciali leggeri e pesanti rappresenta il 53% della flotta a gas europea.  Ma non va altrettanto bene per i nuovi veicoli ecologici: nella top ten delle vendite del 2017 né nella categoria dei veicoli ibridi, né di quelli ibridi plug-in né in quelli elettrici figura un’auto prodotta in Italia.
Nel 2017 solo in otto città capoluogo italiane gli spostamenti con il trasporto pubblico, a piedi e in bicicletta superano il 50% (Bolzano, Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Pisa, Torino e Venezia). A livello europeo Roma è la città con la maggiore percentuale di spostamenti fatti con mezzi privati (ben il 65%) a fronte del 15,8% di Parigi, il 26% di Madrid, il 30% di Berlino e il 37% di Londra.

L’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di decessi prematuri per l’inquinamento dell’aria: nel 2016 il valore limite europeo per il PM10 è stato superato in 33 aree urbane, per la gran parte localizzate al Nord, e l’82% della popolazione risulta esposta a livelli medi annuali superiori al valore guida per il PM10 (20 μg/m³) indicati dall’Organizzazione mondale della sanità (Oms).

Le proposte di policy per la green economy in Italia

Un pacchetto strutturato di investimenti green può far compiere un significativo passo in avanti nella transizione dell’Italia verso la green economy aiutando la ripresa e creando nuova occupazione che in cinque anni potrebbe raggiungere i 2,2 milioni posti di lavoro e 3,3 con l’indotto.
Le misure green su cui indirizzare gli investimenti, pubblici e privati, devono prevedere un raddoppio delle fonti rinnovabili; azioni di riqualificazione profonda degli edifici privati e pubblici, il conseguimento dei nuovi target europei di riciclo dei rifiuti; la  realizzazione di un grande Programma di rigenerazione urbana; il raddoppio degli investimenti nell’eco-innovazione, misure per la mobilità urbana sostenibile e per l’agricoltura ecologica e di qualità; la riqualificazione del sistema idrico nazionale; il rafforzamento della prevenzione del rischio idrogeologico fino al completamento delle bonifiche dei siti contaminati.
L’insieme di queste misure richiederebbe tra i sette e gli otto miliardi di investimenti pubblici annui, meno di mezzo punto di Pil, per i prossimi cinque anni ed attiverebbe 21,4 miliardi di investimenti privati annui, generando un valore di produzione di 74 miliardi e in media 440mila nuovi posti di lavoro green ogni anno che, tenendo conto dell’indotto, arriverebbero a oltre 660mila.
Sono sette le priorità programmatiche per rilanciare l’economia italiana avanzate dal Consiglio Nazionale della Green Economy e proposte alle forze politiche del nuovo Parlamento e al nuovo Governo. Il percorso green in sette tappe prevede di rilanciare le rinnovabili e l’efficienza energetica per affrontare la sfida climatica e rinnovare il sistema energetico; puntare sull’economia circolare, valorizzare i buoni risultati già raggiunti e attuare efficacemente il nuovo pacchetto di direttive europee; promuovere l’elevata qualità ecologica quale fattore decisivo per il successo delle imprese italiane; assicurare lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile, di qualità e multifunzionale; far cambiare direzione alla mobilità urbana; attivare un programma nazionale per la rigenerazione urbana, supportato con gli strumenti e gli indirizzi delle green city; tutelare e valorizzare il capitale naturale.

Rilanciare le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica per affrontare la sfida climatica e rinnovare il sistema energetico
Il tempo sta per scadere. Il recente Special Report SR15 presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – Ipcc) su come contenere l’aumento globale della temperatura media mondiale entro 1,5°C ha certificato che abbiamo a disposizione pochi anni per ridurre le temperature ed attuare, senza ulteriori ritardi, l’Accordo di Parigi per il clima. Per quanto riguardo l’Italia, il rispetto degli impegni stabiliti dal suddetto Accordo, presume l’emanazione di un efficace Piano nazionale per l’energia e il clima di medio e lungo termine, finalizzato a ridurre le emissioni di gas serra del 50% entro il 2030 e di oltre l’80% al 2050, e a raddoppiare il contributo delle fonti energetiche rinnovabili entro il 2030 – arrivando almeno al 35%. Per raggiungere questi risultati è necessario istituire un Fondo nazionale per la transizione energetica comprensivo di misure di carbon pricing come la carbon tax e integrare quest’ultima misura con un insieme di interventi efficaci in grado di promuovere e indirizzare l’innovazione e di sostenerla con adeguati investimenti sia per l’efficienza energetica sia per promuovere un’idonea crescita delle fonti rinnovabili.

Puntare sull’economia circolare, valorizzare i buoni risultati già raggiunti e attuare efficacemente il nuovo pacchetto di Direttive europee
I risultati ottenuti nel settore della produzione di rifiuti, per l’Italia, sono davvero molto buoni, ma ora è necessario lavorare per preservare e migliorare quanto fatto! L’Italia deve mantenere e valorizzare la posizione raggiunta fra i Paesi leader europei nell’uso efficiente delle risorse e nel riciclo dei rifiuti, per fare dell’economia circolare una leva di sviluppo della sua green economy. Non solo attraverso il recepimento del nuovo pacchetto di Direttive europee sui rifiuti e l’economia circolare, ma anche migliorando la riciclabilità dei prodotti e sviluppando maggiormente il mercato delle materie prime seconde e dei beni riciclati. Occorre altresì rafforzare la responsabilità estesa dei produttori, perseguendo finalità non lucrative e con modalità articolate e specifiche per le differenti filiere. È opportuno infine introdurre, anche obiettivi di riutilizzo ma soprattutto premiare chi la raccolta differenziata la fa costantemente, con tariffe adeguate e proporzionate alla quantità e qualità dei rifiuti conferiti nonché ai costi efficienti della loro gestione.

Promuovere l’elevata qualità ecologica quale fattore decisivo per il successo delle imprese italiane
Un made in Italy di successo presume un’elevata qualità ecologica dei prodotti e dei processi produttivi. Per raggiungere questo obiettivo e competere in modo degno tanto sul mercato interno quanto sui mercati esteri occorre indirizzare meglio la digitalizzazione, al centro del Programma Impresa 4.0, per dare impulso allo sviluppo della green economy, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese. È necessaria inoltre una riforma della fiscalità in chiave green per accompagnare il mercato, sia dal lato della domanda che dell’offerta, verso processi industriali e servizi a basse emissioni ed alta efficienza nell’uso delle risorse, promuovendo una riduzione della pressione fiscale sul lavoro e maggiori investimenti per l’eco-innovazione. Infine, per premiare le imprese italiane che producono beni e servizi di elevata qualità energetica, bisogna prevedere per loro un’adeguata semplificazione delle procedure amministrative al fine di incentivare sempre più processi di valorizzazione del capitale naturale e dei servizi ambientali.

Assicurare lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile, di qualità e multifunzionale
L’agricoltura italiana, per assicurare adeguati standard di sostenibilità e di sicurezza, promuove le produzioni sostenibili, biologiche e quelle legate alla varietà delle specie coltivate e allevate e ai valori culturali e paesaggistici locali.  Per questo motivo, occorre preservare le aree agricole, i pascoli ed il patrimonio forestale, valorizzando il loro ruolo strategico, multifunzionale e circolare. Occorre favorire il ruolo dell’agricoltura e della silvicoltura anche come fonti di produzione di energia e di materiali rinnovabili per la bio-economia che, se gestite in forma sostenibile e circolare, contribuiscono a integrare il reddito nelle aree rurali e a frenare l’abbandono delle aree montane e interne. Infine è necessario supportare la gestione attiva del patrimonio silvo-pastorale, incentivando la pianificazione e la gestione aggregata delle proprietà pubbliche e private, promuovendo strumenti economici e fiscali che premino i gestori e le imprese impegnati a garantire una produzione sostenibile.

Far cambiare verso alla mobilità urbana
Una mobilità inquinante e congestionata comporta notevoli disagi per i cittadini e genera costi diretti e indiretti elevati per l’economia e la salute. L’Italia è il Paese europeo con il tasso di motorizzazione privata più alto, 635 autoveicoli ogni mille abitanti (mentre la Francia ne ha 555 e la Germania 477) e presenta il più alto numero di decessi prematuri per inquinamento atmosferico. Appare pertanto prioritario accelerare lo sviluppo della mobilità urbana sostenibile, riducendo il numero di auto private che circolano e sostano nelle nostre città.  Per fare ciò bisogna puntare su un’offerta di trasporto multimodale non più basata sull’uso dell’auto privata, ma su un’accessibilità ai mezzi di trasporto pubblici, o quelli della sharing mobility, nonché al maggior ricorso alle aree pedonalizzate e alle piste ciclabili. Occorre continuare a sostenere a livello europeo l’adozione di riduzioni stringenti delle emissioni per i nuovi veicoli, definendo target intermedi al 2025, così da poter ridurre le emissioni di gas serra rispettando l’Accordo di Parigi. Per fare ciò bisogna intensificare l’elettrificazione del settore puntando sull’elettricità prodotta da fonti rinnovabili e sull’utilizzo di biocarburanti avanzati e sostenibili.

Attivare un programma nazionale per la rigenerazione urbana, supportato con gli strumenti e gli indirizzi delle green city
Il consumo di suolo, risorsa scarsa e limitata, va fermato. La rigenerazione delle città italiane, guidata dai principi e dagli indirizzi delle green city è la via principale per un loro rilancio. Occorre attivare finanziamenti e percorsi diffusi per la rigenerazione delle città che devono definire progetti e interventi di manutenzione, recupero, riqualificazione profonda (deep renovation) del patrimonio esistente, di bonifica e riuso di aree inquinate, degradate e dismesse, di promozione del verde urbano anche privato, di messa in sicurezza antisismica e idrogeologica, attraverso un Programma nazionale per la rigenerazione urbana che coinvolga almeno tutti i capoluoghi di provincia, sostenuto con strumenti economici e fiscali innovativi che favoriscano anche le iniziative della società civile, con un coinvolgimento da parte di tutti i cittadini.

Tutelare e valorizzare il capitale naturale
L’Italia è un Paese dotato del più importante capitale naturale, culturale, storico e architettonico del mondo. Queste due dimensioni, quella naturale e quella culturale sono la ricchezza del nostro Paese e anche una componente peculiare del nostro benessere. Entrambe necessitano di essere meglio tutelate e valorizzate in maniera coordinata e integrata, per incrementare il grado di attrazione del Paese e per sostenere attività economiche di crescente importanza come il turismo. Grave su questo capitale la minaccia del dissesto idrogeologico, con alluvioni frequenti e frane diffuse, che ha raggiunto livelli allarmanti.  Va affrontata con una programmazione e gestione del territorio più attente e aggiornate al nuovo contesto climatico e con la realizzazione di interventi di prevenzione e attenuazione dei rischi.
Particolare attenzione va poi dedicata all’acqua, un bene comune prezioso e limitato che non può essere sprecato. Occorre promuovere un più esteso riutilizzo – assicurando adeguati standard di qualità – delle acque derivanti dalla depurazione e di quelle sottoposte a interventi di bonifica dei siti contaminati. Infine, è necessario diffondere le buone pratiche di rinaturalizzazione e miglioramenti delle reti idrogeologiche nonché rivalutare tutte quelle progettazioni già realizzate che integrano interventi di recupero ambientale. (Fonte: Toni Federico, http://asvis.it/)