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Certificazioni Dop e Igp: presidio contro le frodi e leva di competitività

Dai controlli lungo la filiera alla certificazione, il ruolo chiave di CSQA nella tutela dei consumatori e delle produzioni

Certificazioni Dop e Igp: presidio contro le frodi e leva di competitività
Certificazioni Dop e Igp: presidio contro le frodi e leva di competitività Intervista rilasciata da Maria Chiara Ferrarese, Direttrice Generale e AD di CSQA a Felice Manti, Moneta.

La forza del made in Italy si basa su un pilastro invisibile: la certificazione alimentare e la filiera controllata. Prima ancora che in Italia se ne parlasse, più di 35 anni fa nasceva CSQA, il primo ente italiano accreditato nel food: ogni giorno 300 dipendenti e 500 esperti sul campo controllano migliaia di prodotti (siamo a 130 mila operatori).

Le eccellenze italiane certificate sono quasi 24 mila, Dop e Igp sono 331, con un valore alla produzione che supera i 9,6 miliardi.
Di questi, 82 sono garantiti da CSQA, la cui certificazione aggredisce la concorrenza sleale e tutela i consumatori.

Come nasce un marchio di qualità? Per ottenere il riconoscimento Igp o Dop occorre dimostrare che la denominazione è in uso da almeno trent'anni e che certe caratteristiche qualitative siano legate in modo diretto al territorio di provenienza.

«È un lavoro di ricostruzione storica e scientifica: servono documenti, fotografie, ricettari e testimonianze che provino la continuità di utilizzo e l'unicità del prodotto», spiega a Moneta chi segue passo passo questo percorso. Si parte dalla verifica storica e documentale, poi si costituisce un comitato promotore, si definisce un territorio e si redige un disciplinare tecnico, una sorta di «carta d'identità» del prodotto.

«Dop e Igp non sono semplici etichette rassicuranti: sono sistemi di garanzia- spiega Maria Chiara Ferrarese, Direttrice Generale e AD di CSQA- che agiscono prima dell'acquisto, non dopo il problema. È una tutela ex ante, che riduce il rischio ancora prima di portare il prodotto nel carrello».

Soprattutto per gli stranieri, ci sono prodotti che «suonano italiani» ma italiani non sono.
Secondo il Rapporto Ismea-Qualivita 2025, l'export Dop e Igp ha raggiunto 12,3 miliardi di euro (+8,2%), con il cibo certificato che per la prima volta supera i 5 miliardi (+12,7%) e il vino a denominazione che tocca i 7,19 miliardi, pari all'88% di tutto l'export vinicolo nazionale.

Nell'arco di un decennio, l'export del solo comparto food Dop e Igp è cresciuto del 91%.
L'Italia è il primo Paese al mondo per numero di indicazioni geografiche riconosciute: 897 prodotti, davanti a Francia (775), Spagna (393) e Grecia (283).

«Ma il consumatore medio ha pochissimi strumenti per orientarsi. La certificazione Dop e Igp fa chiarezza perché garantisce "da dove" arriva davvero quel prodotto, protegge il nome da usi impropri, difende una storia, una cultura, un territorio. Non tutela solo la salute o la qualià: tutela e semplifica anche l'informazione», sottolinea la manager.

Una volta ottenuto il riconoscimento, il controllo del rispetto dei disciplinari è affidato dal ministero dell'Agricoltura (Masaf) - tramite l'Ispettorato centrale qualità e repressione frodi - a organismi accreditati come CSQA.

Sul fronte dell'export, ii mercato americano (con il 22%) resta il principale sbocco ma anche il più critico a causa dei dazi.
La certificazione è la migliore alleata della filiera, ma in questi anni è stato complicato vincere il sospetto dei produttori.
«Quando si parla di certificazione, molti storcono il naso. Arriva "quello dei controlli", quello che viene a cercare l'errore. È un riflesso umano. Poi, audit dopo audit, la percezione cambia - spiega la Ferrarese - Ci si rende conto che il controllo non serve a mettere in difficoltà, ma a verificare se si rispettano regole che spesso i produttori più esperti già conoscono e applicano da anni. E chi quelle regole le conosce meno, nel tempo le impara. Volente o nolente. La certificazione diventa una sorta di palestra: all'inizio faticosa, poi sempre più naturale».

Stabilire dei parametri e dei disciplinari Dop e Igp condivisi non è stato facile, all'inizio le differenze tra produttori erano evidenti. Il controllo sistematico ha contribuito ad alzare il livello e a creare una filiera che impara a muoversi come un corpo unico.

«È qui che nasce davvero la forza della "marca collettiva" - sottolinea l'AD di CSQA- Quando arrivano le crisi (economiche, reputazionali, mediatiche) le filiere certificate reggono meglio l'urto.
La certificazione in questi casi non crea valore aggiuntivo dal nulla, ma fa una cosa fondamentale: protegge ciò che è già stato costruito. È come un airbag invisibile: non lo noti finché non serve».


Il consumatore ha tutto da guadagnarci. «Dop e Igp non sono semplici etichette rassicuranti: sono sistemi di garanzia. Garanzie che agiscono prima dell'acquisto, non dopo il problema. È una tutela ex ante, che riduce il rischio ancora prima di portare il prodotto nel carrello.
Al consumatore basta sapere
- spiega ancora la Ferrarese - che qualcuno (terzo, indipendente e autorizzato dallo Stato) "garantisce" per lui che qualcuno è "entrato a casa d'altri", fisicamente, nelle aziende e nei luoghi di lavoro, nella produzione, in ambienti di stagionamento, nelle stalle, nei campi, nei laboratori, nelle cantine».

Ma questa «porta aperta» richiede rispetto reciproco. «Un buon controllo non è solo tecnico: è trasparente, imparziale, indipendente. Non viene più vissuto come un sistema sanzionatorio (che comunque esiste ed è parte del sistema dei controlli), ma come un percorso rigoroso ma credibile», che restituisce ai produttori identità e orgoglio dentro «una storia collettiva che viene difesa e tramandata», conclude la manager CSQA.

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