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Crediti di carbonio: costi certi, ma i vantaggi?

Regolamento europeo sui crediti di carbonio ancora in alto mare ma intanto in Italia si fanno esperimenti con risultati incoraggianti. CSQA e Confagricoltura Emilia-Romagna lanciano un webinar dedicato

Crediti di carbonio: costi certi, ma i vantaggi?
Crediti di carbonio: costi certi, ma i vantaggi?

Il webinar promosso da Confagricoltura Emilia-Romagna con Csqa ha affrontato il tema dei crediti di carbonio in agricoltura e della biodiversità, con un taglio tecnico e operativo. Al centro dell’incontro, gli interventi di Davide Troncon, responsabile schemi forestali e biodiversità, Marco Omodei Salè, responsabile innovazione, e Gherardo Rangoni Machiavelli, presidente della cooperativa ortofrutticola Monterè.

Il confronto ha messo in evidenza un passaggio ormai centrale per le imprese agricole: la possibilità di misurare, certificare e valorizzare pratiche agronomiche capaci di incrementare la sostanza organica del suolo e di migliorare la qualità degli agroecosistemi.

Sul piano forestale, Troncon ha illustrato gli schemi già disponibili, a partire dalla certificazione Pefc, che in Italia ha superato il milione di ettari certificati. La gestione forestale si basa su criteri quali il mantenimento delle risorse, la rinnovazione naturale, la funzione produttiva, la biodiversità forestale, la protezione del suolo e delle acque e le ricadute socio-economiche sulle comunità locali.

Un elemento chiave riguarda i servizi ecosistemici, tra cui lo stoccaggio del carbonio, la biodiversità forestale e le attività legate al benessere in foresta. Perché tali servizi possano essere riconosciuti, devono rispettare tre condizioni: permanenza degli effetti nel tempo, addizionalità rispetto a uno scenario di riferimento e trasparenza nella registrazione e verifica dei risultati.

La parte agricola è stata approfondita attraverso lo schema Biodiversity Friend, sviluppato con World Biodiversity Association. Lo schema valuta dieci ambiti aziendali, tra cui modello colturale, fertilità del suolo, gestione dell’acqua, presenza di siepi, boschi e aree rifugio, biodiversità agraria e strutturale, recupero di varietà o razze locali, energia e responsabilità ambientale. La certificazione viene rilasciata sopra una soglia minima di 60 punti su 100; oltre gli 80 punti l’azienda accede a una verifica biennale.

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In questo quadro si colloca il progetto pilota sviluppato da Monterè, cooperativa nata nel 1967 nel Modenese e specializzata nella filiera della prugna da essiccazione. Oggi conta oltre venti soci e circa 600 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata.

Il progetto, realizzato con Csqa, Nagor 4.0 e Accademia Nazionale di Agricoltura, ha avuto l’obiettivo di misurare l’assorbimento netto di carbonio nei pruneti e di codificare buone pratiche comuni per tutti i soci. Il punto di forza è stato il ruolo della cooperativa come capofiliera, in grado di coordinare le aziende, uniformare le procedure e centralizzare il monitoraggio.

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Fonte: TerraèVita

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