Negli ultimi decenni il settore agroalimentare ha attraversato una trasformazione profonda: dall’attenzione alla sicurezza alimentare e rintracciabilità si è giunti a un modello che integra qualità, tutela ambientale, responsabilità sociale e solidità economica. È un percorso guidato dall’evoluzione normativa, dalla spinta degli standard volontari e dalla crescente sensibilità dei mercati.
Oggi, però, questo processo richiede un salto di maturità culturale. Nel dibattito pubblico la sostenibilità è spesso associata a dovere da assolvere o, al contrario, come un’operazione di immagine. In realtà, nel contesto segnato dal Green deal europeo, dagli obblighi di rendicontazione e dal divieto di greenwashing, la sostenibilità assume una dimensione politica oltre che industriale. Non è più una scelta opzionale: è un criterio di accesso ai mercati, alle risorse finanziarie e – sempre di più – alla stessa legittimazione sociale dell’impresa.
La sostenibilità diventa così un’infrastruttura strategica, capace di incidere sui modelli di governance, sulle politiche industriali e sulla competitività del comparto agroalimentare. Quando viene percepita solo come adempimento, la sostenibilità rischia di trasformarsi in un costo. Se invece è assunta come scelta strategica, diventa una leva competitiva.
La sfida è trovare l’equilibrio tra i tre pilastri, superando una logica di mero rispetto delle regole. Per farlo è necessario un passaggio evolutivo: integrare la sostenibilità nei processi decisionali, nella pianificazione e nella gestione. In altri termini, farla diventare parte del “metabolismo” dell’impresa e della filiera. Nel settore agroalimentare, infatti, il perimetro dell’azienda non è sufficiente: la sostenibilità è un tema di supply chain.
La governance rappresenta l’elemento imprescindibile di qualunque strategia di sostenibilità. Programmazione, attuazione, monitoraggio e rendicontazione sono gli assi metodologici; mentre obiettivi, indicatori e requisiti costituiscono il cuore del progetto.
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L’agroalimentare è pionieristico su questo fronte. Numerosi standard volontari definiscono la sostenibilità delle produzioni, altri, più innovativi, la definiscono anche a livello di aziende e addirittura su scala territoriale. Sono esperienze che dimostrano come il settore possa anticipare il legislatore e proporsi in modo unitario sui mercati globali.
Un passaggio culturale significativo è rappresentato dal regolamento (Ue) 2024/1143 in materia di prodotti Dop/Igp che attribuisce, per la prima volta, ai Consorzi di tutela un ruolo istituzionale esplicito sulla sostenibilità e sullo sviluppo del turismo enogastronomico nelle aree a indicazione geografica. È un cambio di paradigma: la sostenibilità diventa un elemento di identità territoriale e di competitività sistemica.
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Di Maria Chiara Ferrarese
Fonte: Formiche