In economia si parla molto di fiducia come «asset». Ma quanto vale, concretamente, per un mercato? Maria Chiara Ferrarese, direttrice generale e amministratrice delegata di CSQA, non ha dubbi:
«Vale moltissimo, anche se non compare a bilancio». Il ragionamento parte da un principio elementare: un mercato funziona quando chi compra si fida delle informazioni di chi vende — dei contratti, delle dichiarazioni, delle etichette. «Quando questa fiducia manca, tutto diventa più caro: servono più controlli, più garanzie, più tempo, più contenzioso». Gli economisti hanno un nome per questo squilibrio, l`asimmetria informativa: il venditore sa cose che il compratore ignora, e quella distanza ha un costo. È qui che entra in gioco la certificazione.
«Introduce regole condivise, controlli indipendenti ed evidenze verificabili, e rende gli scambi più rapidi e le relazioni economiche più efficienti. La fiducia, in altre parole, è un fattore di produttività e competitività». Resta il fatto che molti imprenditori la vivono ancora come un costo, o come un mero adempimento. È davvero un investimento? «Il valore si comprende quando si esce da questa logica», risponde. La certificazione ha un costo, certo, come la sicurezza, la formazione o l`innovazione. «Ma la vera domanda è un`altra: quanto costa non avere i processi sotto controllo? Quanto costano un richiamo di prodotto, una frode, un contenzioso, la perdita di fiducia del mercato?». Rende più robusti i processi, dimostra la conformità ai clienti, facilita l`accesso ai mercati e risponde alle richieste di banche, investitori e grandi committenti: «non crea valore perché aggiunge un marchio, ma perché riduce l`incertezza e aumenta la fiducia. E la fiducia è uno degli asset economici più importanti di qualsiasi impresa». Si può allora parlare di una vera infrastruttura economica del mercato?
«È un`infrastruttura invisibile, come le regole contabili o gli standard tecnici». Riduce le asimmetrie tra chi produce e chi acquista, abbassa i costi, facilita gli scambi. E il perimetro si allarga: «Non riguarda più solo l`agroalimentare o il manifatturiero. È entrata nella sostenibilità, nella cybersicurezza, nei servizi digitali e sempre più nell`intelligenza artificiale. Ovunque ci sia una promessa da verificare, c`è un`infrastruttura di fiducia che aiuta il mercato a funzionare meglio». Ma quanto costa a un`impresa non avere i processi sotto controllo? Un processo fuori controllo prima o poi si traduce in un difetto, in una non conformità, in un reclamo. E i costi non sono solo diretti (il richiamo, la rilavorazione, la sanzione) ma soprattutto indiretti: il danno reputazionale, la perdita di un cliente strategico, l`esclusione da una gara o da una filiera.
C`è poi la dimensione dell`accesso: ai mercati, alle banche, agli investitori. «Oggi la competitività non si gioca soltanto sul prezzo o sulla qualità del prodotto, ma sulla capacità di dimostrare affidabilità, trasparenza e responsabilità». Un`evidenza verificata da terzi, spiega, è la lingua con cui l`impresa parla a interlocutori che non la conoscono: un grande committente che deve qualificare un fornitore, una banca che valuta il rischio, un investitore attento ai criteri ambientali e di governance. «Sempre più spesso la certificazione è la precondizione per entrare in un mercato regolamentato o in una catena di fornitura».
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Fonte: Il Riformista